Una terra all’ultimo bivio: l’inderogabile necessità di una classe dirigente che sia capace di risollevare l’isola dal baratro in cui l’hanno fatta sprofondare

Messina, città allo stremo

C’è una regione da rifondare: la Sicilia. Una regione che reclama attenzione, interesse, sostegno dallo Stato, dalle istituzioni. C’è una regione che ha bisogno di nuove regole, stimoli per crescere, per migliorare. Ma chi, è veramente disposto ad assumersi una tale responsabilità?

Politici o aspiranti tali, così caritatevoli e magnanimi nel dispensare promesse in campagna elettorale, e poi? Così avari nell’elargire fondi, nel creare opportunità per il bene dei propri cittadini, per la propria terra. Poi c’è la paura, perché qui, in quest’isola, c’è sempre stata. Quanti silenzi, omertà e poi quell’arrendevolezza forzata, costretta, imposta non voluta. C’è una regione che merita una classe dirigente capace di risollevarla dal baratro in cui sembra sprofondare. Sempre più. Ma rimane piegata su sé stessa. Basta guardarsi intorno e accorgersi che.. ovunque regna l’anarchia. Nessun controllo né ordine. Tutti pronti a far valere i propri diritti ma nessuno in grado di adempiere ai propri doveri. “Testa di serie” per disoccupazione e fanalino di coda per i consumi. Segno di un’economia inesistente.

Ma la Sicilia deve rinascere. La Sicilia va riorganizzata. Dov’è l’interesse del cittadino, del siciliano che ama e difende ogni angolo del suo territorio? Viviamo nella società dell’egoismo, chi si batte per invertire un trend così negativo? Nessuno. Ci lamentiamo, protestiamo. Aspettiamo un segnale dall’“alto”. Invano. Incapaci di cambiare un sistema marcio, improduttivo, dequalificato. A nostre spese. Non occorre spingersi tanto lontano, nemmeno imbattersi in paesini dell’entroterra. Ma percorrere anche, una comunissima “arteria”, bretella o via della città peloritana. Ed ecco..il caos.

Diario di bordo, Messina: il viaggio della speranza. Raggiungere il centro cittadino dalla periferia assume, nel 2012, i connotati di un’impresa epica. Tragitto breve, pochi chilometri e tempi che si allungano. Ebbene si, duecentoquaranta interminabili minuti! Ovviamente c’è l’immancabile ora di attesa del mezzo pubblico e un’altra per raggiungere il luogo di destinazione.. addizionando i tempi del ritorno, i conti son presto fatti. Sarebbe utopistico credere che è tutto, ma è solo l’inizio. Disservizi, bus fatiscenti e sporchi fanno da cornice ad un quadro inefficiente. E poi carichi, ricolmi all’inverosimile.. e pensare che non è ancora iniziato il nuovo anno scolastico. Nessun potenziamento o rotazione dei mezzi. Una o forse due macchine per un’unica tratta.

E il cittadino? Paga. Paga, un servizio che gli è dovuto.. purtroppo nel modo peggiore possibile. Come se non bastasse è tenuto a non chiedere informazioni. Certo, mai disturbare il conducente.. per distrazione? No, per non essere “investito” da una serie di insulti gratuiti e inopportuni. Allora chiedo a quanti come me, oggi, hanno vissuto quest’odissea e scopro che è routine.

Quotidianamente si registrano ritardi, guasti, corse saltate. Niente scuse e nessuna comunicazione. Ormai, armati di pazienza i viaggiatori sperano di raggiungere posti di lavoro, sedi universitarie, abitazioni magari senza essere lasciati per strada in attesa di un altro mezzo atto a “soccorrerli”. Si, perché succede anche questo. Spesso. Studenti, lavoratori, gente comune: vittime di un sistema alimentato da negligenza e incuria. Chi ha competenze nel vigilare non fa testo. Figure inesistenti o per meglio dire assenteiste, menefreghiste.

Traffico, disordine, sporcizia, cassonetti straboccanti, odori nauseabondi, strade dismesse, aree verdi incolte. Terremotati, che si tramandano, di generazione in generazione, quelle quattro mura ricoperte di eternit, nel degrado periferico e non. Alluvionati che vivono in condizioni di precarietà, fuori dalle loro case. Eppure i soldi sono stati stanziati dal governo, dalla regione, dalla generosità degli italiani. Dove sono finiti? E gli interventi di messa in sicurezza di torrenti, alvei, zone franose? Non pervenuti. Ormai al siciliano non rimane altro che sperare. Sperare che le piogge non siano abbondanti, violente; che il terreno regga alle intemperie, per evitare nuove morti, privazioni, dolore. Fondi, capitali erogati, giungono a Palermo per poi finire? Non è dato saperlo, almeno ufficialmente! Alcuni in istituti di credito esteri… altri nel calderone delle opere pubbliche incompiute e la Sicilia, purtroppo, ne ha il triste, rammaricante primato.

In Italia delle 357 strutture come ospedali, impianti sportivi, dighe, acquedotti, strade e autostrade, che attendono da anni di essere ultimate, ben 175 hanno sede nell’isola. Basti pensare che a Giarre, cittadina in provincia di Catania, sono stati avviati i lavori di una tra le principali opere incompiute. Stadio di atletica leggera, mai inaugurato e addirittura scarsamente tenuto in considerazione. Progetto firmato e avviato negli anni ’80 grazie non solo ad un finanziamento del credito sportivo, ma anche ad un mutuo di oltre cinque miliardi e mezzo delle vecchie lire a cui si aggiunge un ulteriore finanziamento di un miliardo e mezzo in seguito ad una modifica inserita dall’Assessorato regionale al turismo. Perché questi sprechi? Perché non investire in opere necessarie, indispensabili per lo sviluppo di una comunità? C’è solo una risposta e vige un’unica regola quella del tornaconto, degli interessi di chi, in questa terra, ha potere decisionale.

Mi illudo, ogni anno, di trovare una Sicilia migliore, di riscoprire un popolo che si batte per cambiare, per dimostrare che il Sud non è parassitario. Mi illudo.. vanamente. Non bisogna stupirsi se in quest’isola rimaniamo legati ad un cliché retrogrado. Per rivoluzionare un modus vivendi è necessario il contributo di tutti.

Un contributo non solo economico, ma soprattutto di civiltà, rispetto per il proprio territorio. Perché la Sicilia ha un potenziale, enorme. Perché la Sicilia puo’ creare occupazione, benessere. Basta crederci e soprattutto basta volerlo.

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