L’incontro con Don Stinghi, autore con altri preti di una lettera che lancia un coraggioso messaggio di apertura ai gay: “dialogare su quel che ci unisce, non su ciò che ci divide. C’è un orizzonte nuovo da vedere”

una dissacrante immagine del rapporto preti e omosex

Me ne vado in giro per Firenze, dopo una giornata di lavoro. Passo dinanzi ad una chiesa. Mi fermo a leggere i documenti pubblicati in bacheca. Parlano di Martini, di omosessualità, della disocuppazione che cresce in Italia e della povertà sempre più diffusa del ceto medio. Mi sembra di intravedere in quelle parole un’altra Chiesa di quella che conosco.

Ripasso un altro giorno. Faccio sempre la stessa strada durante la mia passeggiata verso il centro. Vedo un uomo, che con fatica sta affiggendo qualcosa in bacheca. Penso subito che si tratti di un sacerdote e probabilmente è l’autore di quegli scritti che per la loro natura “rivoluzionaria” poco devono piacere alla curia.

<<Posso aiutarla?>> gli dico.

<<Certo!>> lui risponde.

E così mentre lui affigge uno scritto sull’omosessualità gli domando: <<Lei è il parroco? È lei l’autore di questi scritti? Posso chiederle il suo nome? Sono un laico e apprezzo molto ciò che scrive!>>

<<Mi chiamo Don Stinghi. Dirigo una comunità di tossicodipendenti… e penso che dobbiamo dialogare su ciò che ci unisce e non su ciò che ci divide!>> mi risponde dopo aver puntato nei miei i suoi occhi penetranti.

<<Sono d’accordo!>>, rispondo.

Gli chiedo gentilmente una copia del documento che stava affiggendo in bacheca. È una lettera aperta al vesco di Firenze e tratta del tema “Chiesa cattolica e omosessualità”. È scottante ciò che ho in mano. Me ne rendo conto. Lo leggo e penso che valga la pena di pubblicarlo. Ringrazio Don Stinghi e lentamente continuo con nella mente un turbinio di domande la mia passeggiata.

Quell’uomo con la sua forza morale e con la sua grande dignità mi ha insegnato qualcosa. Mi ha ricordato il valore del dialogo e della necessità di mettere sempre in discussione le proprie idee, anche quando si crede che siano quelle giuste.

Comprendo che c’è un’altra chiesa, che vede la vita in un altro modo e che la morte di Martini e la sua scelta di rinunciare all’accanimento terapeutico ha dato il coraggio a molti che la pensano diversamente di far sentire la loro voce.

È per questa ragione che abbiamo deciso di pubblicare integralmente la “Lettera aperta al vescovo di Firenze” sul tema “Chiesa Cattolica e omosessualità” a firma di Don Fabio Masi, Don Alessandro Santoro, Don Giacomo Stinghi, Signora Stefania Baldini, che lancia uno straordinario messaggio di apertura al mondo omosessuale:

Il numero di “Toscana Oggi” del 24 giugno 2012 dedicava largo spazio all’argomento dell’omosessualità e delle coppie di fatto eterosessuali, con alcuni articoli del giornale e diverse lettere al Direttore, queste ultime critiche nei riguardi della posizione ufficiale della Chiesa sull’argomento.

Ci sembra che gli articoli del Settimanale diocesano non facciano che ripetere sull’omosessualità le norme ecclesiastiche di sempre, senza approfondire l’argomento che negli ultimi anni si è notevolmente sviluppato e chiarito e che ha ancora bisogno di ricerca.

Il nostro intervento vuole dare testimonianza della diversità di posizioni che ci sono oggi di fronte a questo tema, nella riflessione laica e anche nelle Chiese. Noi, e insieme con noi anche teologi, vescovi e laici cristiani, non ci riconosciamo in quell’analisi che traspare dagli articoli di “Toscana Oggi”.

Quello che ha portato a un cambiamento radicale nella comprensione dell’omosessualità è stato un tragitto importante. Nel passato l’omosessualità era considerata un “vizio” praticato da persone “etero” in cerca di piaceri alternativi, e come tale condannata. Ma allora si parlava di “comportamenti omosessuali”; soltanto nel secolo scorso si è cominciato a parlare di “condizione omosessuale” e non solo di “atti”, inducendo alcuni ad ipotizzare che l’omosessualità fosse da considerare non un vizio, ma una “malattia”.

In questi ultimi anni è maturato un modo di comprendere l’omosessualità radicalmente diverso, che ormai, con varie sfaccettature è accettato quasi da tutti. Si parla dell’omosessualità come di un elemento pervasivo della persona che la caratterizza nella sua profonda identità e le fa vivere la sessualità in modo “altro”.

È importante che la Chiesa riconosca positivamente il cammino della scienza nella conoscenza dell’uomo e non dichiari verità assolute quelle che poi dovrà riconosere errate, come è accaduto in passato. Questi fatti ci inducono a vedere l’omosessualità in un orizzonte nuovo ed ad affrontarla con uno sguardo morale diverso.

Su questo tema la Bibbia non dice né poteva dire nulla, semplicemente perché non lo conosceva, così come non dice nulla sull’ecologia e sull’uso della bomba atomica.

Comunque nella cultura biblica, come in tutta l’antichità, è totalmente assente l’idea di “persona omosessuale”, ed è chiaro che vengono condannati non solo perché infecondi ma anche in quanto legati alla violenza e alla prostituzione sacra.

A questo riguardo sono opportune alcune precisazioni sulla Sacra Scrittura spesso citata per stigmatizzare il rapporto omosessuale. Nel “Nuovo Testamento” solo Paolo definisce “contro natura” il rapporto omosessuale (Romani 1, 26-27), ma bisogna tener presente che egli si riferisce, più che all’aspetto fisico, al fatto che l’omosessualità minava l’ordine sociale di allora, quando era la donna, per natura, a dover essere “sottomessa” all’uomo.

Fra l’laltro è cambiata anche la nostra comprensione del concetto di “natura”: l’idea di “natura” come realtà già conclusa non corrisponde più al modo di sentire odierno.

Ormai è anche abbastanza chiaro che quegli episodi dell’Antico Testamento, su cui ancora si basa la condanna dell’omosessualità, hanno un altro significato: negli episodi di Sodoma (Genesi 19) e di quello simile di Gabaa (Giudici 19) il crimine non sta tanto nell’omosessualità quanto nella violenza e nella volontà di umiliare e rifiutare lo straniero.

Nell’Antico Testamento, invece, ci sono segnali molto importanti e belli, non esplicitamente riferiti all’omosessualità ma al cammino di maturazione che il popolo ebraico compie rispetto all’emarginazione di gruppi e persone. La Bibbia ci offre così una cornice più larga in cui porre anche questo aspetto della vita.

Dio “sceglie” il popolo ebraico perché sia segno, in mezzo agli altri popoli, della sua volontà di giustizia e che vuole salve tutte le creature. Poi Israele, con l’illusione di essere sempre più all’altezza della missione che Dio gli ha dato, al suo interno opera altre “scelte” emarginando gruppi considerati “impuri”. Nel Deuteronomio, per esempio, (23, 2-9) si elencano le categorie escluse dall’Assemblea del cultuo: gli eunuchi, i bastardi e i forestieri. Ma il cammino verso i tempi messianici è un cammino verso l’inclusione, perché i tempi messianici sono per tutti, come si legge nel Terzo Isaia (56, 1. 3-5): “Osservate il diritto e praticate la giustizia. Non dica lo straniero che ha aderito al Signore: “Certo mi escluderà il Signore dal suo popolo!” Non dica l’eunuco: “Non sono che un albero secco!”. Perché così dice il Signore: “Agli eunuchi, che osservano i miei sabati, si comportano come piace a me e restan fermi nella mia alleanza, io darò un posto nel mio Tempio per il loro nome. Questo sarà meglio che avere figli e figlie, perché io renderò eterno il loro nome. Nulla potrà cancellarlo”.

Questo capovolgimento di Isaia è una pietra miliare! Non ha alcun valore danvanti a Dio lo stato oggettivo di natura o di cultura in cui uno si trova: uomo, donna, omosessuale, eterosessuale, bastardo, straniero, genio o di modesta intelligenza; ciò che conta è osservare il diritto e praticare la giustizia, ciò che conta è amare il Signore e i fratelli.

Non vogliamo dire che Isaia in questo passo alludesse agli omosessuali, non poteva per i motivi che abbiamo detto prima. Ma noi non dovremmo vedere l’omosessualità in questa luce? Compito della Chiesa è allargare le braccia, includere e non emarginare, amare le persone piuttosto che salvare i principi. Ha detto il Maestro: “Il Sabato è stato fatto per l’uomo, non l’uomo per il Sabato” (Marco 2, 27).

Di questo cambiamento hanno preso atto anche i Capi della Chiesa Cattolica che più volte hanno dichiarato di non condannare gli omosessuail ma l’omosessuailtà, e questo per loro è un passo in avanti! In realtà non se ne capisce il significato; sarebbe come dire a uno zoppo: “Noi non abbiamo nulla contro il tuo “essere zoppo”, basta che tu cammini diritto o che tu stia a sedere!”.

A proposito dell’essere sterili o fecondi, Gesù ha detto che è il cuore che deve essere fecondo e Paolo dirà che si entra nel popolo di Dio per fede, non per diritto ereditario. Ma allora chi può onestamente definirsi fecondo? Chi può farsi giudice della fecondità altrui o della propria? La sterilità ci può colpire tutti.

Questo modo di accogliere profondamente la vita di ogni essere umano lo abbiamo imparato dalla Chiesa. Per i discepoli di Gesù non si tratta tanto di difendere i princìpi, di custodirli rigorosamente, come gli angeli con la spada di fuoco davanti all’albero della vita, ma di “scrutare” la vita delle donne e degli uomini del nostro tempo, per farla progredire verso la pienezza.

Si tratta di esser fedeli non ad un Dio noto e posseduto, ma da un Dio “che viene”. Ha detto Gesù: “Ipocriti! Sapete valutare l’aspetto della terra e del cielo, come mai questo tempo non sapete valutarlo?” (Luca 12, 56).

A noi sembra che proprio dalla Chiesa dovrebbe arrivare un riconoscimento del modo nuovo di comprendere l’omosessualità, con un segno di accoglienza e di profondo rispetto per i sentimenti di amore di chi vive personalmente questa condizione. Due persone che si amano non sono un attentato alla società né il tradimento del Vangelo. Gli scandali vanno cercati altrove.

Rifacendosi da una parte a queste fonti bibliche e dall’altra all’esperienza umana che viviamo ogni giorno con queste persone, sentiamo evangelico e naturale accogliere in pienezza di “comunione”queste differenti forme di amore.

Le sentiamo parte integrante del nostro cammino di comunità di fede e di vita, e con loro, così come con tutti gli altri, partecipiamo insieme alla Comunione sacramentale e comunitaria.

Il Libro della Sapienza (11, 24-26) ci offrre un tratto stupendo del Creatore, che dovrebbe essere luce sul nostro cammino: “Tu, Signore, ami tutte le cose esistenti e nulla disprezzi di quanto hai creato; se avessi odiato qualcosa, non l’avresti neppure creata. Come potrebbe sussistere una cosa, se tu non vuoi? O conservarsi se tu non l’avessi chiamata all’esitenza? Tu risparmi tutte le cose, perché tutte son tue, Signore, amante della vita”.

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