Prezzi ancora in calo ma negli Usa primo recupero. I dati del Centro studi Confindustria. Effetto di recessione e Imu

mercato immobiliare in crisi

La crisi economica e l’alta tassazione, a cominciare dall’Imu, spingono in giù le compravendite delle case. L’allarme sul crollo delle compravendite arriva da una ricerca del centro studi di Confindustria.

Nello studio si legge che i prezzi, pur essendo diminuiti a partire dall’inizio del 2008 e fino al principio del 2012 di oltre il 10%, sono rimasti però del 9,2% sopra il livello medio di lungo periodo in rapporto alla capacità di spesa delle famiglie misurata dal reddito disponibile. Entro la fine del 2013 «i valori nominali dovrebbero ancora scendere del 7%». La discesa però, avverte Confindustria, potrebbe essere «più prolungata e profonda». Intanto le compravendite nel primo trimestre registrano un crollo del 19,6% tendenziale.

Lo scenario di una discesa delle quotazioni è reso più probabile dalla persistenza della crisi che obbliga le famiglie a rivedere i piani di spesa e sta imprimendo un’accelerazione alla caduta dei prezzi, come si desume dal crollo del numero di compravendite e dall’aumento della quota di agenzie immobiliari che segnalano variazione negativa dei prezzi (74,4% nel secondo trimestre 2012) e dallo sconto sulla richiesta iniziale (15,4% in media).
Secondo lo studio «entro la fine del 2013 (in tempi simili a quelli seguiti dalla bolla americana) e scontando un aumento del reddito disponibile del 2,6% cumulato nel 2012-2013 (secondo le previsioni Ref), i prezzi nominali dovrebbero ancora scendere del 7%.

L’aggiustamento potrebbe essere però più prolungato e più profondo, dato che nel 2000 il rapporto tra quotazioni e reddito disponibile procapite – prosegue il Centro studi – era del 14,9% sotto la media di lungo periodo e nel 1997 del 30%». Negli Stati Uniti, per esempio, lo scoppio della bolla ha più che controbilanciato gli aumenti precedenti, e tale rapporto è al minimo storico (-18,2% rispetto alla media): negli Usa, ma non in Italia, pesa l’ingente stock di case invendute in seguito ai default sui mutui.

La domanda di case in Italia, si legge, «è compressa dalla caduta del reddito disponibile e dal credit crunch (64,7% gli acquisti finanziati con un mutuo nel secondo trimestre, -7,9 punti percentuali rispetto all’anno precedente, per una quota media del 63,0% del valore dell’immobile, -10).

Coerentemente, peggiorano i giudizi sulle variazioni dei prezzi (-74,0 il saldo tra la quota di agenzie che ritengono ci sarà un aumento e quella che ritiene avverrà una diminuzione delle quotazioni).

Oltre che in Italia l’aggiustamento dei prezzi delle case è molto lontano dall’essersi concluso anche in altri paesi. In controtendenza gli Usa dove le vendite sono salite in luglio ai massimi da oltre due anni e rimangono ben al di sopra dei livelli di un anno fa, secondo la National Association of Realtors. Il Pending Home Sales Index, basato sui contratti firmati, è salito del 2,4% a 101,7 a luglio da 99,3 in giugno, e del 12,4% rispetto al livello di luglio 2011, quando era a 90,5. Nei paesi dell’Eurozona i prezzi restano invece elevati rispetto al reddito disponibile anche in Spagna (+25,4%) e soprattutto nei Paesi Bassi (+36,6%) e in Francia (+34,3%), dove si attende quindi un calo consistente dei prezzi.

Confindustria osserva infine che l’implosione dei prezzi delle case, coniugata con famiglie molto indebitate, «ha già dimostrato di essere una potente causa recessiva in Usa, Irlanda e Spagna e graverà sulle prospettive di crescita dell’area euro, tolta la Germania: ciò è tanto più vero in Italia, dove il reddito disponibile e le possibilità di risparmio delle famiglie sono ormai da tempo penalizzate sia dalla bassa crescita che dall’aumento della pressione fiscale».

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