“Paradise: Faith” scuote la Mostra. La storia di una donna devota a Gesù Cristo in un modo “morboso”

“Paradise: Faith” fa discutere a Venezia

“Paradise: Faith” scuote il Festival dal suo torpore di fine estate, un po’ come già il capitolo precedente della trilogia del regista austriaco Ulrich Seidl aveva fatto a Cannes con il suo “Paradise: Liebe”.

Se lì si raccontava la storia di Therese, attempata austriaca che nei suoi anni più difficili trova rifugio nelle gioie del turismo sessuale in Kenia, qui si racconta la storia di Anna, anch’ella alla ricerca della felicità, seppure attraverso un percorso diametralmente opposto. Coetanea di Therese (è la sorella), a differenza della protagonista del primo film, trova un motivo per andare avanti, per superere la crisi e il vuoto della sua vita, in una fortissima, sincerissima, dolorosissima fede in Gesù Cristo.

Una fede, la sua, che va oltre la Chiesa, il Papato, la devozione e che diventa unico orizzonte possibile e plausibile, totale e totalizzante. La trama, molto brevemente, racconta come Anna trascorre il suo tempo libero durante le ferie: porta in giro per i quartieri più poveri di Vienna una statua della Madonna di circa mezzo metro e bussa alle porte delle persone per tentare di convincerle a pregare con lei, a convertirsi, a vivere secondo i comandamenti e la volotà di Dio e e della Chiesa (in una lettura assai rigida). Quando ha finito il suo giro, poi, Annna torna a casa, indossa il cilicio e attraversa tutta la casa in ginocchio recitando il rosario; dopo di che, si flagella.

La sua fede, per quanto possa sembrare spaventevole, non è cattiva: solo è molto rigida e timorata, concentrata ossessivamente sui concetti di colpa e penitenza.

La sua routine morbosa, fatta di preghiera e penitenza, con la sola compagnia del ‘suo’ Gesù, verrà interrotta dall’improvviso ritorno a casa, dopo due anni di assenza, dell’ex marito. La presenza dell’uomo, inevitabilmente, porrà Anna di fronte alle debolezze della carne e alle difficili richieste del tipo di fede esigentissima che ha scelto per sé. L’esito dello scontro tra le due forze che combattono dentro di lei (la devozione morbosa per Gesù Cristo e l’urlo della sua carnalità repressa) esplodono in un modo che è facile intuire sin dalla prima scena del film. L’amplesso blasfemo in cui lei si dà piacere da sola, usando un crocifisso, ha fatto scoppiare uno scandalo, e, nel corso della proiezione stampa ha turbato alcuni e fatto ridere altri, per quanto appare grottesca e delirante. In realtà, con buona pace della stampa che schignazzava, il film di Seidl è rigoroso, coraggioso e onesto, anche nel suo calcare la mano senza freno sul tasto del grottesco e dell’assurdo. 

Ma soprattutto è coerente con la ‘traccia’ che guida la trilogia: la ricerca, indipendentemente dagli esiti, della felicità, attraverso l’amore (primo capitolo) la fede (secondo) e la speranza (terzo). Perché alla fine quello che tutti vogliamo è un barlume di felicità, o almeno, la promessa prima o poi di averne un po’.

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