Il racconto è la narrazione di un evento, il romanzo riesce a comunicare una visione del mondo. Ho pensato che possono quindi esistere dei romanzi brevi, anzi brevissimi capaci di comunicare una diversa visione del mondo e della vita. Dei romanzi che, in forma di gioco, ho chiamato Romanzi Bonsai

L’ho visto arrivare sul marciapiede, col suo inconfondibile passo, quasi danzante.
L’ho riconosciuto per quei suoi occhiali verdi, che sembra indossare da prima della nascita.
Io ero sulla bicicletta elettrica, luccicante e silenziosa, e lui ha subito afferrato il manubrio, per essere certo che, da quel momento in poi, lui solo avrebbe deciso se potevo andarmene o no.
Per anni, anzi, come diceva lui, “per un’intera vita”, aveva fatto il fruttivendolo.

Ogni volta che entravo nella sua bottega non mancavo di dirgli quanto è assurdo che le persone siano costrette a dedicare l’intera giornata, invece che a vivere, semplicemente a lavorare per procurarsi solo i mezzi di sussistenza che gli consentano di continuare, appunto, a sottomettersi al lavoro, avendo sempre meno tempo per vivere.
“La serranda del tuo negozio è rimasta chiusa per un anno e col cartello AFFITTASI”.
“Ho smesso un anno fa. Ti ho dato retta. Però ora ho ripreso. I tempi sono difficili. Ho deciso di lavorare da mezzogiorno all’una. Ho messo un cartello.  “La mia frutta è la migliore, venite a comprarla dalle 12 alle 13 e lasciatemi il tempo per vivere”.

Lo sai che in quelle due ore viene più gente di quella che veniva prima in tutto il giorno?  Lo sai che negli ultimi trent’anni non ho potuto fare neppure una vacanza. Ero talmente intorpidito dal lavoro che, per non sciupare la merce, preferivo sciupare me stesso e starmene in negozio dalla mattina alla sera, oltre nove ore passando il tempo a lucidare le mele e a rinfrescare l’insalata e gli ortaggi. Ho sviluppato un vero rancore, un odio nei confronti della frutta che tenevo in negozio e sono arrivato perfino a litigare furiosamente con le arance che, misteriosamente, senza che nessuno le sfiorasse, durante la notte rotolavano dalla mensola e, al mattino, me le ritrovavo sparse sul pavimento. Non ho mai capito come succedesse questo mistero”.
“Forse le vibrazioni delle automobili che di notte sfrecciano più veloci nelle vie deserte … O forse le arance volevano tornare sugli alberi … Ma come mai hai l’aria triste? Ti manca qualcosa?” Azzardo.
“Al contrario, da quando lavoro due ore al giorno vivo una vita serena e piena di emozioni, posso fermarmi a parlare con la gente, ho il tempo per leggere il giornale. Nel pomeriggio vado al parco o in piscina. Finalmente mi accorgo se la luce del sole è nitida o appannata da qualche nube passeggera …”
“Ma allora, perché quest’aria malinconica?”.
“Perché penso a tutti gli anni in cui ho fatto la sentinella alla mia frutta, a tutte quelle giornate perse. Chi me le potrà più ridare?”.
China la fronte fin quasi a sfiorare il manubrio della mia bicicletta.
“Ora lo dico a tutti di non lavorare più di mezza giornata, ma non ci credono, non hanno il coraggio di provare, sono sottomessi, abituati più al dolore che alla serenità”.

Abituati più a esistere che a desiderare di vivere. E da questa sottomissione generale qualsiasi Potere trae la sua forza.

Lo invito al bar. Quando chiedo cosa desidera, il suo sguardo si posa con infinito rancore sul cesto delle arance e mormora con aria di sfida “Spremuta di arance”.

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