Il governo “studia” le soluzioni per l’adeguamento dell’impianto: intanto continua la protesta popolare sui danni alla salute che stanno colpendo i cittadini 

lo stabilimento Ilva

Servono soldi, tanti, e da parte di tutti i soggetti interessati. E’ il sunto della calda giornata di Taranto, con i ministri Passera e Clini arrivati in città per riunioni tecniche in prefettura, summit con il governatore pugliese Vendola, il presidente dell’Ilva (Bruno Ferrante), il sindaco Ippazio Stefano, ed esponenti dei partiti come Raffaele Fitto e Nicola Latorre.

Mentre duemila persone in piazza se la prendono con la politica, fischiano Vendola, srotolano striscioni fatti di giochi di parole («Non siamo inClini a morire di cancro»), accusano di ogni nefandezza i dirigenti del polo siderurgico, inneggiano al gip che ha ordinato la chiusura dello stabilimento («Todisco santa subito») e un altro migliaio di operai – nella città divisa e intrappolata nell’alternativa improponibile tra salute e lavoro – manifesta contro la chiusura giudiziaria dell’Ilva, vuole restare in fabbrica e grida la propria angoscia chiamata rischio disoccupazione.

Il ministro Passera, tra una riunione e l’altra, sente la forza di queste paure popolari e poi si appella ai giudici: «Auspichiamo che non vengano prese decisioni che siano irreversibili nelle loro conseguenze». Ossia non venga chiusa l’Ilva, perchè poi riaprirla sarà assai arduo se non impossibile. Il che non significa però che l’esecutivo voglia andare allo scontro con la magistratura. Tutt’altro: «La collaborazione con i giudici – assicura Passera – è e sarà totale». E infatti sul dossier Ilva – come ha confermato anche Vendola – il governo non farà ricorso alla Consulta. Se non almeno, come dice Clini, «come ultima possibilità se non si riesce ad uscire dall’impasse».

A loro volta, nella generale esigenza di una bonifica delle rabbie ideologiche e dei naturali incubi esistenziali e lavorativi di undicimila operai più quelli dell’indotto, anche la Cisl e la Uil – che guidano le lotte operaie anti-chiusura – hanno deciso per i prossimi giorni di dare tregua sul fronte degli scioperi e dei blocchi stradali. Mentre la Cgil, o meglio la Fiom, insiste nella linea filo-gip e ieri ha subito bollato come «inconcludente» la girandola di riunioni tecnico-istituzionali.

Ma proviamo a fare chiarezza su cosa sia esattamente l’Ilva di Taranto, l’impianto che si trova parzialmente sotto sequestro per ordine della magistratura.

E’ la più grande acciaieria d’Europa. Fondato nel 1961, è un impianto siderurgico a ciclo integrale, dove cioè avvengono tutti i passaggi che dal minerale di ferro portano all’acciaio. Il fulcro della produzione sono i cinque altoforni, dove viene prodotta la ghisa. Ognuno è alto più di 40 metri e ha un diametro tra 10 e i 15 metri: al momento quattro altoforni su cinque sono attivi.

Ilva appartiene al Gruppo Riva, controllato dall’omonima famiglia. Il Gruppo Riva è il decimo produttore mondiale di acciaio. Il presidente del gruppo è Emilio Riva, finito agli arresti domiciliari insieme al figlio Nicola. I Riva acquistarono dallo stato l’impianto di Taranto nel 1995. In quegli anni lo stato vendette tutta l’industria pubblica dell’acciaio, che dagli anni Ottanta si trovava in grave crisi. Da anni comitati cittadini e ambientalisti contestano l’impianto dell’Ilva, accusandolo di inquinare l’aria e provocare malattie. Nell’ordinanza con cui ha disposto il sequestro e gli arresti, il gip ha scritto che l’impianto è stato causa e continua a esserlo di «malattia e morte» e perché «chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza». Allo stesso tempo i lavoratori e i sindacati difendono l’impianto e l’azienda e hanno annunciato scioperi.

Nel 2011 l’Italia era il 11esimo paese al mondo per la produzione di acciaio, con 28 milioni di tonnellate prodotte ogni anno. L’Ilva di Taranto produce da sola circa 9 milioni di tonnellate l’anno e il Gruppo Riva nel suo complesso ne produce più di 17. L’Italia è un paese esportatore di acciaio, ma la produzione italiana è importante anche per il mercato interno. Uno dei settori più importanti per l’export italiano è la meccanica, cioè le macchine per uso industriale. Per mantenere competitivo questo settore è molto importante potersi rifornire in Italia di acciaio a buon prezzo (che altrimenti andrebbe importato dalla Germania).

Emanuele Morandi, presidente di Siderweb, ha sostenuto a Radio24 che l’arresto della produzione all’Ilva di Taranto potrebbe costare lo 0,15 per cento del Pil, considerando solo l’attività dell’impianto, e lo 0,165 per cento considerando anche l’impatto sul resto dell’industria. In questo caso, per la prima volta dagli anni Cinquanta, l’Italia tornerebbe ad essere un paese importatore di acciaio.

Gli altoforni e il resto dell’impianto, però, non sono ancora stati spenti. Sul sequestro prenderà una decisione finale il 3 agosto il tribunale del riesame. Ma la chiusura della produzione non è una procedura semplice. Il professor Donato Firrao, che insegna metallurgia al politecnico di Torino, ha spiegato che ”un altoforno ha una vita operativa di 15 anni durante la quale deve restare acceso. Lo spegnimento può causare un guasto irreparabile dell’altoforno. In ogni caso, dopo uno spegnimento, anche nel caso l’altoforno non si guasti, sono necessari dagli 8 ai 15 mesi per riattivarlo”.

Ma il finale di questa storia è ancora da scrivere e di certo c’è che il diritto alla salute non può più essere ritenuto un optional, bensì una priorità imprescindibile.  

[youtube]http://www.youtube.com/watch?v=_Sma9Wo9ZPI[/youtube]

© Riproduzione Riservata

Commenti