Ogni detenuto dovrebbe avere sette metri di spazio in cella: in molti penitenziari il sovraffollamento rende ciò utopia. Il dovere di espiare la propria pena non può prescindere dal diritto alla dignità dell’essere umano

le condizioni disumane dei detenuti

Finalmente la Magistratura inizia a muoversi in relazione ai diritti negati dei detenuti, i quali anche se hanno sbagliato e devono subire la giusta punizione, hanno anche il diritto di non vedere calpestata la loro dignità umana ed un minimo di riservatezza .

Il Tribunale di sorveglianza di Lecce ha condannato l’amministrazione penitenziaria al risarcimento dei danni cagionati “per la lesione della dignità e dei diritti” a quattro detenuti del carcere di Borgo San Nicola.

Una pronuncia importante che, purtroppo, non resterà isolata, fondata sulla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo che, nel luglio del 2009, ha condannato l’Italia a risarcire un detenuto bosniaco per i danni morali subiti a causa del sovraffollamento della cella in cui era stato recluso per alcuni mesi nel carcere romano di Rebibbia.

Infatti è assodato che ogni detenuto deve avere almeno 7 metri quadrati di spazio nella cella dove vive per la maggior parte del giorno, invece, in molti istituti penitenziari, per il sovraffollamento ciò non è possibile, nel caso del Tribunale di Lecce, il giudice Luigi Tarantino, ha riconosciuto, nei confronti dei detenuti, “lesioni della dignità umana, intesa anche come adeguatezza del regime penitenziario, soprattutto in ragione dell’insufficiente spazio minimo fruibile nella cella di detenzione”, ed ha disposto, in favore del recluso, un risarcimento di natura economica dei danni non patrimoniali a carico dell’amministrazione penitenziaria tra i mille e i tremila euro (a seconda della durata e delle modalità in cui avvenuta la detenzione), poiché gli stessi erano ammassati in una cella con uno spazio pro capite di gran lunga inferiore ai 7 metri quadrati.

Il problema è molto grave, in quanto accanto a tale aspetto vi è quello della salute dei detenuti, che è garantita dall’art 32 della Costituzione e quindi laddove un detenuto subisca danni permanenti alla salute durante l’espiazione della pena, il Ministero sarà tenuto al giusto risarcimento.

La punizione e la detenzione, infatti, non devono divenire strumento di tortura cagionando danni collaterali gravi di natura fisica e/o psicologica e nel caso più grave lesioni gravi della salute fino a giungere al suicidio. Va evidenziato che anche per il suicidio vi può essere responsabilità dell’istituto e quindi del Ministero laddove non è stato fatto tutto il possibile per evitare il triste epilogo.

© Riproduzione Riservata

Commenti