Paolo Gabriele è stato rinviato a giudizio. Nella sua abitazione trovato anche un assegno intestato al Papa

Paolo Gabriele

Paolo Gabriele, l’aiutante di camera del Papa, arrestato il 23 maggio scorso con l’accusa di aver sottratto documenti dall’appartamento di Benedetto XVI, è stato rinviato a giudizio per furto aggravato. La decisione dei magistrati vaticani era nell’aria, oggi è arrivata l’ufficialità.

L’altra notizia è che insieme a Gabriele è stato arrestato anche Claudio Sciarpelletti, il probabile complice, analista programmatore della Segreteria di Stato, rinviato a giudizio per il reato di favoreggiamento, anche se il suo ruolo è stato definito “marginale” dal portavoce vaticano Federico Lombardi.

Non solo documenti, ma dalle perquisizioni effettuate nella casa di Gabriele sono stati ritrovati anche un assegno da 100mila euro, intestato al Papa, una pepita d’oro e un’edizione preziosa dell’Eneide del 1581. Tutti oggetti che erano stati regalati al Pontefice. Durante la detenzione, iniziata il 23 maggio e conclusa con la concessione degli arresti domiciliari il 21 luglio, Paolo Gabriele è stato anche sottoposto a perizia psichiatrica. Lo si legge sulla sentenza di rinvio a giudizio presentata oggi in Vaticano dal giudice istruttore Piero Bonnet. I magistrati vaticani, però, non hanno ritenuto che l’aspetto psicologico dell’ex maggiordomo del Papa potesse essere d’ostacolo per la sua imputabilità.

Si chiude così il primo atto dello scandalo Vatileaks, all’insegna della trasparenza, come voluto dal Papa, con i due rinvii a giudizio. La novità è la presenza di un complice, quel Claudio Sciarpelletti, romano di 48 anni, che è formalmente accusato di favoreggiamento, poiché per quanto riguarda il concorso nel reato di furto aggravato e violazione di segreto non si dovrà procedere contro di lui per, rispettivamente, insufficienza di prove e carenza di prova. Al di là delle considerazioni sul ruolo che effettivamente il tecnico informatico ha svolto nell’aiutare Paolo Gabriele a trafugare i documenti riservati del Papa, che sarà chiarito nel giudizio, emerge così una seconda figura implicata di cui, fino ad oggi, nessuno sapeva. La presenza di un eventuale complice, insomma, rende più chiaro qualche tassello del mosaico.

La vicenda è iniziata il 23 maggio scorso ma solo il 25 la sala stampa vaticana comunica che nell’ambito delle indagini Vatileaks è stata arrestata una persona, “un laico”, precisava il comunicato, ma senza rivelare le sua generalità. Il portavoce della Santa Sede, Federico Lombardi, il 26 maggio confermava che “la persona arrestata era in possesso di documenti riservati e che si tratta del signor Paolo Gabriele che rimane tuttora in stato di detenzione”. Questa è la prima volta in cui il nome dell’ex aiutante di camera viene reso di dominio pubblico.

Il 5 giugno c’è il primo interrogatorio formale di Paolo Gabriele nell’ambito dell’istruttoria che si è conclusa oggi. E il 21 luglio sono stati concessi domiciliari all’ex aiutante nel suo appartamento dentro la Città del Vaticano. Una misura resa possibile perché “ha collaborato molto ampiamente, fin dai primi momenti con gli inquirenti e con il giudice istruttore”, avevano dichiarato i suoi avvocati: Carlo Fusco e Cristiana Arru.

Il Papa ha nominato una commissione formata da tre cardinali – Julian Herranz, Josef Tomko e Salvatore Dè Giorgi – per coordinare l’inchiesta in tutti gli uffici e organismi vaticani sulla fuga dei documenti riservati. La commissione ha interrogato più volte Gabriele durante i 60 giorni di detenzione. Da chiarire, ovviamente, il motivo per cui il maggiordomo infedele ha deciso di tradire il Papa. “E’ colpa dello stress”, hanno detto i suoi avvocati, spiegando come il tradimento degli impegni assunti fosse imputabile alla forte pressione alla quale era sottoposto l’uomo, padre di tre figli, assunto anni prima come semplice pulitore e poi salito al ruolo di assistente di camera del Papa. Ad ogni modo, nel periodo passato nella camera di sicurezza della Gendarmeria Vaticana, Paolo Gabriele ha potuto incontrare non solo i suoi avvocati, ma anche la sua famiglia, moglie, figli e altri parenti vicini.

Prima della chiusura dell’istruttoria, ci sono stati diversi tentativi per cercare di depistare le indagini. Nei giorni di luglio, ad esempio, mentre venivano completati gli interrogatori e i riscontri, prima in Germania e poi anche in Italia, sono stati pubblicati i nomi di tre storici collaboratori del Papa – il cardiale Paolo Sardi, ex responsabile della sezione che collabora nella stesura dei discorsi, la signora Ingrid Stampa che ha un ruolo attivo sempre nella stesura dei discorsi e il vescovo Josef Clemens – ipotizzando che avessero un ruolo attivo nella fuga dei documenti. “Accuse totalmente infondate”, si affrettò a smentire la Santa Sede. Solo un esempio di come questo scandalo abbia tuttora più di un lato oscuro ancora da svelare. I rinvii a giudizio di oggi, comunque, cominciano a fare un po’ di chiarezza.

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