Per adesso c’è solo l’alleanza ma la legge elettorale con lo sbarramento spingerà Sel a fare una lista comune

Nichi Vendola

La strada è tracciata. La sterzata di Nichi Vendola e di Sel ha suscitato molte e opposte reazioni. La hanno applaudita in coro i dirigenti del Pd e i grandi giornali. Ha suscitato smarrimento e delusione in una parte consistente dell’area che guardava al governatore della Puglia come a una speranza innovativa per la sinistra.

Queste reazioni si sono però appuntate su due elementi che costituiscono, a conti fatti, solo epifenomeni: l’apertura (peraltro piena di distinguo e dunque essenzialmente ambigua) all’Udc e la rottura con l’Italia dei Valori.

Essendo il partito di Casini oggi quello più fedele all’ortodossia del governo Monti e quello di Di Pietro il più vicino alla Fiom di Landini, era inevitabile che il doppio e contestuale spostamento desse nell’occhio e facesse scandalo. Tuttavia entrambe queste ricollocazioni sono solo articolazioni, in sé non essenziali e anzi entrambe sgradite, della scelta principale.

Sono prezzi da pagare per quella che è la vera opzione strategica adottata da Sel: l’ingresso a tutti gli effetti nel Pd. La road map dell’unificazione la si vedrà più tardi. Sarà fortissimamente influenzata, nei tempi e nei modi, dalla nuova legge elettorale. Ma il punto d’arrivo, salvo miracolosi ripensamenti o traumatici imprevisti, è già fissato.

Ufficialmente, è vero, dovrebbe trattarsi di una “semplice” alleanza tra forze diverse. I leader delle stesse forze, però, non navigano bendati e sanno perfettamente che con ogni probabilità alle prossime elezioni si arriverà con una legge elettorale nuova. Sanno anche che questa legge elettorale sarà proporzionale, dunque ogni partito dovrà raccogliere i propri voti col rischio, per Sel, di non superare la soglia di sbarramento. Sanno infine che le probabilità che il premio di maggioranza venga assegnato alla coalizione sono scarse, mentre quelle che venga accreditato al primo partito sono schiaccianti. Detto premio di maggioranza, infine, sarà certamente alto: Bersani lo vorrebbe addirittura del 15%, uno sproposito, ma anche se si aggirasse intorno al 12% i suoi effetti sarebbero incisivi.

Se la nuova legge sarà questa, Sel non avrà scelta. L’ingresso in una lista comune col Pd sarà obbligatorio. Se corresse da sola, le probabilità di superare la soglia di sbarramento sarebbero esigue, tanto più dopo aver improvvidamente annunciato la disponibilità a un accordo con i montiani del Pd dopo le elezioni. Inoltre tra gli obiettivi di un premio di maggioranza esorbitante c’è proprio la legittimazione di una nuova campagna sul “voto utile”, che diminuirebbe ulteriormente, per Sel, le chances di superare la soglia di sbarramento.

L’unica sarebbe quindi la formazione di una lista comune col Pd. Che la si chiami lista della speranza o a della disperazione, certo è che con rapporti di forza come quelli dati non ci sarebbe speranza alcuna di contrabbandare il listone come frutto di un accordo paritario. Sarebbe nella migliore delle ipotesi un ingresso con tutti gli onori nel Pd. Nella peggiore un’annessione pura e semplice.

Ma anche se il premio di maggioranza venisse assegnato alla coalizione invece che al singolo partito, cambierebbe solo il percorso, non l’approdo. Il giorno dopo le elezioni Sel si troverebbe coinvolta con assoluta internità nella guerra piddina tra i sostenitori di un governo Monti sostenuto dalla stessa maggioranza attuale e quelli di un governo Bersani che, fondato sul sostegno determinante dell’Udc, potrebbe prendere distanze solo cosmetiche dalla politica di Monti.

In questo scontro, che purtroppo ricorda molto il classico dilemma tra padella o brace, il partito di Vendola si muoverebbe a pieno titolo come un’area interna al Pd: nello specifico una sinistra alleata con Bersani e i suoi sostenitori contro l’ala “montiana” incarnata da D’Alema, Veltroni, Letta e soprattutto Napolitano.

Sulla carta, è vero, in questa ipotesi Sel manterrebbe una piena autonomia. Potrebbe allearsi con il Pd senza confluire in una lista unica, raggiungere in tandem il premio di maggioranza assegnato alla coalizione, incamerare una rappresentanza parlamentare più folta grazie a quel premio ma poi, a fronte di scelte del Pd non condivise, prendere i suoi parlamentari, inclusi quelli ottenuti grazie al cospicuo premio, e andarsene.

Solo che non bisogna essere rabdomanti della politica per capire che fine farebbe un partito che si comportasse così, dopo che proprio esercizi simili, prolungatisi per un ventennio circa, hanno stomacato i cittadini tutti e quelli della sinistra molto più degli altri.

Conviene dire le cose come stanno: il passo che Sel si accinge a fare sarà irreversibile. Vendola avrà tempo per fermarsi fino a un attimo prima di formalizzare il patto col Pd, il che potrà avvenire solo una volta definita la legge elettorale. Ma a partire da un attimo dopo non potrà più tornare indietro.

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