L’ex ministro viene citato in un appunto per Conso. Amato disse a Martelli: “rendi il carcere più duro”

Nicola Mancino

Ancora delle carte che rendono sempre più sospetto il ruolo dell’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino nell’ambito della trattativa Stato-mafia. A pubblicarle è Il Fatto quotidiano, che ha riportato il contenuto di un bigliettino che metterebbe nei guai Mancino.

Si tratta di un ritaglio di giornale con il titolo «Revocato il decreto ammazza colloqui», e con un appunto segnato a mano: «Caro ministro, come di intesa ho già avvertito Parisi e Lauro e a entrambi ho mandato copia del decreto via fax in modo che lo abbia anche il ministro Mancino. A Napoli, dalle prime informazioni, sembra che la reazione del personale dei due istituti sia buona. Sperando in bene, ti abbraccio con affetto. Niccolò».

Quel Niccolò, che l’ha firmato, è Niccolò Amato, all’epoca, nel 1993, capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Il ministro a cui è indirizzato è Giovanni Conso, allora guardasigilli, Parisi era il capo della polizia, Raffaele Lauro il suo capo di gabinetto.

Il documento è allegato agli atti del processo della procura di Roma sulle infiltrazioni dei servizi nel mondo delle carceri. Mancino è esplicitamente citato nell’appunto, dove viene affermato che l’allora ministro dell’Interno avrebbe dovuto sapere dell’attenuazione del 41-bis nelle carceri napoletane, al contrario di quanto sempre affermato dal diretto interessato.

A segnare la svolta nella gestione della detenzione dei mafiosi in Campania sarebbe stato l’omicidio di un agente di polizia penitenziaria, Pasquale Campanello, festeggiato dai camorristi in carcere.

Campanello venne ucciso con 14 colpi di pistola da due killer camorristi, l’8 febbraio 1993, a Torrette di Mercogliano, in provincia di Avellino, e i boss brindarono con spumante nel padiglione Venezia di Poggioreale.

Un episodio che cambiò e ammorbidì l’atteggiamento di agenti e ministri nei confronti della Camorra. Fu a cavallo di quell’omicidio che avvenne l’avvicendamento alla Giustizia tra Martelli e Conso.

Dopo la morte di Campanello, Amato si recò a Poggioreale a da lì scrisse una sorta di rapporto a Martelli: «Essendomi recato nell’istituto di Poggioreale subito dopo il barbaro omicidio ho potuto constatare i sentimenti di costernazione e preoccupazione del personale (…) e la diffusa richiesta generale di immediati e adeguati interventi sulle cause di fondo degli attuali disagi e difficoltà dell’amministrazione penitenziaria».

La linea di Amato sarebbe stata quella del pugno duro, con il taglio dei colloqui, delle telefonate, dei pacchi e dell’ora d’aria per i detenuti in regime di 41-bis.

Martelli emise il decreto immediatamente, il 9 febbraio, ma tre giorni dopo si dimise e venne sostituito da Conso.

All’esterno del carcere di Poggioreale intanto era montata la tensione, con i parenti dei detenuti a reclamare trattamenti più umani per i loro cari, così, in questo clima, si tenne il 12 febbraio al Viminale una riunione del comitato nazionale per l’Ordine e la sicurezza.

Lì, secondo quanto riportato da Amato, Parisi e Mancino premettero per l’attenuazione del 41-bis. Il 20 febbraio, il questore di Napoli Umberto Improta, inviò un fax al ministero di Grazia e giustizia, dove proponeva di ammorbidire le misure carcerarie contro i boss. Una richiesta accolta immediatamente da Conso, eccezion fatta per i reparti Torino e Venezia di Poggioreale, e per il T1 e il T2 di Secondigliano.

«La decisione del ministro nasce dalla constatazione che, nel periodo di vigenza del decreto che imponeva le restrizioni generali, i detenuti hanno mantenuto un comportamento regolare». Così spiegava in un comunicato la sua decisione.

L’appunto di Amato arrivò subito dopo, e l’allora capo del Dap si è sempre detto contrario all’attenuazione del 41-bis, raccontando un altro episodio: «Falco racconta di una discussione verace tra me e Conso. Io infatti mi lamentavo quando chiedevo a Conso di applicare il 41-bis, e Conso spesso interpellava Mancino. Io ritenevo che non era di competenza del ministero dell’interno». Insomma, se tutto ciò fosse vero, Mancino non sarebbe affatto estraneo ai fatti.

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