L’ex segretario generale Nazioni Unite lascia la Siria: “non ho ricevuto il sostegno che la causa meritava”

Kofi Annan

“Non ho ricevuto tutto il sostegno che la causa meritava”: Kofi Annan ha giustificato in conferenza stampa a Ginevra i motivi delle sue dimissioni da inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba in Siria, sottolineando come “esistano divisioni in seno alla comunità internazionale che hanno ostacolato il mio compito”.

Le dimissioni erano state annunciate poco prima dal Segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, il quale aveva comunicato che Annan – suo predecessore nell’incarico – non avrebbe rinnovato il proprio mandato, in scadenza il 31 agosto. E anche oggi la crisi siriana ha registrato la macabra contabilità quotidiana delle vittime della guerra civile che ormai da mesi devasta il paese: almeno 51 morti nei pesanti combattimenti a Damasco e Aleppo fra le truppe del regime di Bashar al-Assad e i ribelli.

Annan ha criticato proprio la “crescente militarizzazione” del conflitto siriano e la mancanza di unanimità in seno al Consiglio di Sicurezza e la comunità internazionale, che hanno “mutato il mio ruolo in maniera fondamentale”. L’ex Segretario generale ha però avvertito che nel quadro di una transizione politica “presto o tardi” il presidente Bashar al-Assad dovrà abbandonare il potere; infine, non ha escluso che il suo successore “possa avere migliore fortuna e successo” per portare il Paese verso una transizione che escluda “l’opzione militare”.

Ban da parte sua ha espresso “profonda gratitudine ad Annan per gli sforzi coraggiosi e decisi” e il “profondo dispiacere” per le sue dimissioni, ed ha avviato le consultazioni con il Segretario generale della Lega Araba, Nabil al-Arabi, per “nominare rapidamente un successore che possa proseguire questi sforzi di pace essenziali”. Le Nazioni Unite “restano impegnate negli sforzi diplomatici per mettere fine alle violenze in Siria”, ha sottolineato Ban deplorando tuttavia le “divisioni persistenti in seno al Consiglio di Sicurezza”, divenute “un ostacolo alla diplomazia e che rendono il lavoro di mediazione molto più difficile”.

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