La chiave per capire se la persona che interagisce con noi dice la verità o se invece sta mentendo: un avvocato deve “applicarsi” nell’ulteriore capacità professionale di analizzare gestualità e dinamiche psicologiche altrui

l’interpretazione giurisprudenziale

Paul Ekman è un pioniere nello studio del riconoscimento delle emozioni e delle espressioni facciali, i suoi corsi organizzati in tutto il mondo sono seguiti da numerosi professionisti, più raramente da avvocati che convinti che conoscere le norme e l’interpretazione giurisprudenziali sia più che sufficiente per svolgere la propria attività, spesso guardano con un sorriso cinico chi dedica tempo ed impegno in questo tipo di corsi e di studi.

Credo di essere uno dei pochi legali, forse l’unico, che ha seguito tutto il suo percorso, organizzato dall’Università di Trieste, infatti, convinta dell’importante ruolo giocato dal linguaggio non verbale nella professione forense, è da anni che cerco di arricchire la mia preparazione seguendo corsi in Italia e all’estero.

Quante volte ci è capitato di ascoltare il cliente, convincerci della sua posizione tanto da sposarne a pieno la difesa ed essere pronti a qualsiasi schermaglia in punto di diritto con qualche collega altrettanto agguerrito, per poi scoprire, il più delle volte nel momento meno opportuno, che lo stesso cliente che tanto ci aveva convinto, in realtà, ci ha mentito, a volte dolosamente a volte solo spinto da vergogna o ignoranza, o ci ha omesso elementi che ci sarebbero tornati utili nella costruzione della tesi difensiva.

E quante volte con il peso della toga sulle spalle ci siamo trovati a chiederci se il testimone che abbiamo davanti in aula sta dicendo il vero oppure il falso o semplicemente se ci ha detto tutto quello che sa oppure ha celato un particolare che per il nostro assistito potrebbe essere importante.

O ancora, quante volte abbiamo fissato il volto serafico di qualche Giudice chiedendoci se lo abbiamo convinto o semplicemente annoiato, se conviene spendere ancora qualche ulteriore argomentazione o se è meglio concludere velocemente.

Il legale che non vuole dedicare del tempo allo studio del linguaggio non verbale non solo fa un errore grossolano ma pecca di presunzione dimostrando di non volersi evolvere nella sua professione.

Con lo studio e la costante applicazione ed esercizio, ci insegnano, che è possibile capire se la persona che sta interagendo con noi sta o meno mentendo.

Anche il bugiardo più esperto non è in grado di celare quei piccoli segnali che per un occhio ben allenato sono i campanelli d’allarme della menzogna. Sono infatti la respirazione, il tono della voce, la deglutizione, il movimento del corpo, lo sguardo a rivelarci se quella che stiamo ascoltando è la verità o una bugia.

Forse il mio discorso può apparire utopistico e ruberà probabilmente qualche ironico sorriso a qualche anziano collega o a quelli più cinici. I colleghi dalla mentalità più aperta invece penseranno che siamo sempre così troppo impegnati a rincorrere le scadenze, i mutamenti normativi, le interpretazioni della Suprema Corte e ora anche i crediti formativi per trovare del tempo anche per questo tipo di studi (che purtroppo non danno crediti formativi per avvocati ma per psicologi).

Con queste poche righe vorrei solo avere la presunzione di spronare qualche collega a svolgere meglio la nostra professione, che è una vera e propria missione, dedicando un po’ di tempo anche allo studio del linguaggio non verbale, per essere sempre più preparati al fine di poter garantire il miglior servizio ai nostri clienti e anche per poter scavalcare con agilità gli ostacoli che spesso a sorpresa ci troviamo in aula a causa di qualche bugia travestita da verità.

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