Secondo i dati Bce il numero di banconote contraffatte è sensibilmente diminuito dal 2011 in poi: -15% di falsi

l’Euro abbandonato anche dai falsari

L’euro piace poco ai falsari, soprattutto in tempo di crisi: secondo i dati della Banca centrale europea, sono 251.000 le banconote contraffatte in euro ritirate dalla circolazione nei primi sei mesi del 2012. Cioè il 15,2% in meno delle 296.000 circolate nel 2011.

Osservando la contraffazione in termini di tagli, i pezzi preferiti da falsificare continuano ad essere quelli da venti e cinquanta euro. Insieme, le due banconote costituiscono il settantasette per cento della moneta contraffatta, con percentuali del 42,5% e 34,5%.

I tagli da cinque euro, così come quelli da cinquecento, continuano invece ad essere i più sicuri. La banconota da 100 euro è il terzo taglio più falsificato, con il 17% del totale, pari ad un aumento di un punto percentuale rispetto al primo semestre del 2011. Così le restanti banconote: 10 euro (2,5%), 200 euro (2,5%) e 500 euro (0,5%).

Secondo i dati BCE, la maggior parte dei falsi rinvenuti nella prima metà del 2012 (97,5%) sono stati scoperti in paesi della zona euro, mentre solo circa il 2,0% erano situati negli Stati membri dell’UE ma al di fuori della zona euro, e il restante 0,5% in altri luoghi del mondo.

E guardando alle situazioni nazionali, come figura il nostro Paese? Nel primo semestre del 2012 la Banca d’Italia ha riconosciuto false 58.516 banconote, cioè il 22,8% in meno rispetto al secondo semestre del 2011.

Domina il 20 euro come taglio più contraffatto, con il 50,5% del totale dei falsi individuati nel periodo. Segue la banconota da 50 (22,3%) e da 100 euro(21,5%). Niente che faccia onore al Paese, tanto più quando la fama di certe manovre fuoriesce dai confini e va all’estero, come dimostra un articolo del New York Times, a firma di Rachel Donadio.

Nell’articolo-inchiesta emerge lo speciale talento italiano nell’arte della falsificazione, pur non mancando fenomeni illeciti simili in Francia, Spagna, Est Europa e Sud America.
Eppure, l’eccellenza si raggiunge, secondo le tesi del New York Times, supportate da interviste a uomini delle istituzioni che lottano contro il fenomeno, nei territori già noti della malavita campana, come Giugliano. Una tradizione che passa da padre a figlio e che supera i confini regionali; non è raro che nelle operazioni atte a sgominare il reato, appiano reti di collegamento tra le regioni, come nel caso della Puglia e della Calabria.

Non il primo business delle mafie locali, impegnate in ben altri business lucrativi, ma pur sempre un focolare di interesse per chi vuole intervenire per regolarne l’impatto e l’utilizzo sul mercato, avendo interessi economici in ballo. Un fenomeno presente nel Paese da sempre, ma che dopo l’euro, dato anche il carattere globale della moneta, ha preso il largo seguendo le correnti internazionali del traffico della droga e delle immigrazioni. Ecco perché, la moneta che collassa nell’eurozona, si ritrova, falsificata, in Bulgaria, Colombia, Russia, Turchia, Iran e Iraq, paesi con economie di cassa di grandi dimensioni, dove spesso è più facile sfuggire ai controlli.

Come avvisa la stessa Bce, l’attenzione sul fenomeno deve restare alta. Non a caso, la Commissione europea lavora per cercare di armonizzare le pene che variano, per il reato di cui parliamo, nei paesi che appartengono all’Unione. Anche in Italia, ovviamente, laddove pure esistono condanne relativamente elevate, fino a 12 anni, eppure tra lentezze della giustizia e ricorsi in appello, tutto rischia di risolversi in un nulla di fatto, che fomenta solo la recidività.

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