Cemento e rifiuti, la criminalità trae sempre più profitto dal disastro ambientale. Dossier 2012 di Legambiente denuncia “un grave peggioramento della situazione”

il connubio tra disastro ambientale e criminalità

La Calabria ha una storia antica. Denominata “La Prima Italia”, fu il primo lembo peninsulare del nostro Paese a tessere i primi rapporti con i popoli e le civiltà mediterranee, punto di partenza importantissimo per un piano iniziale di sviluppo per la regione.

Oggi, è la seconda regione italiana (dopo la Campania) dove domina il disastro ambientale, per i reati collegati alla costante azione delle “ecomafie”. I numeri di Legambiente indicano un gravissimo peggioramento della situazione.

Il primo business storico è dato dal cemento e rifiuti, nato nei primi anni ’70 quando si decise di allargare gli affari nel campo dei lavori pubblici, iniziativa questa condivisa da tutti i poteri criminali.

Il secondo business si è sviluppato in fretta grazie soprattutto all’incapacità delle classi politiche degli ultimi anni che non sono stati in grado di prevedere, con l’aumento di consumi determinato dalla globalizzazione che lasciava grandi quantità di rifiuti che prima o poi sarebbero venuti fuori da ogni discarica costringendo a ricorrere all’emergenza.

Secondo Legambiente cemento (dove la criminalità ha un forte interesse nei lavori per l’ammoderamento della “Statale “106 e dell’Autostrada A3) e rifiuti costituiscono le pricipali voci di bilancio delle ecomafie operanti nel territorio, che ricavano utili anche dalla pietra pomice.

La Calabria è al secondo posto tra le regioni più colpite per reati contro il territorio con il 13% di infrazioni ,tre sono le provincie calabresi tra le prime dieci in Italia: al terzo posto la città di Cosenza con 231 infrazioni con una percentuale del 4,4% e 1500 casi circa; al sesto Reggio Calabria con 210 infrazioni quindi il 2,8% e 965 casi ;al decimo Crotone con 3% e 680 infrazioni.

L’allarme lanciato da Legambiente Calabria concerne una regione tra le più martoriate dove in mare il fiume calabrese trasporta rifiuti ammassati lungo il torrente,per non parlare delle discariche abusive sia in contrada Apriche nella Locride e sia nella Piana di Gioia Tauro, dove è presente un’immensa discarica alla foce del fiume Budello.

Il Dossier Ecomafia 2012 conferma le denuncie degli ambientalisti comprendenti : la gestione delle discariche, le infiltrazioni negli appalti pubblici, l’abusivismo edilizio, gli incendi, la nave dei veleni. Non solo, a questi si vorrebbe aggiungere la centrale a carbone che dovrebbe essere aperta a Saline Joniche in provincia di Reggio Calabria, questo per agevolare maggiormente gravi danni alla salute dell’uomo e all’ambiente.

C’è da chiedersi se il Presidente del Consiglio dei Ministri sia consapevole del gravissimo disastro che potrebbe creare una centrale a carbone in una regione come la Calabria. Se Legambiente, Greenpeace, Lipu, WWF hanno inviato al Presidente della Regione Calabria, Giuseppe Scopelliti, all’Assessore all’Ambiente, Francesco Pugliano e ai Consiglieri Regionali, una lettera per chiedere l’impugnazione DPCM del 13 giugno 2012 nel quale viene decretata la compatibilità ambientale e il beneplacito al proseguimento dell’iter autorizzativo della centrale a carbone di Saline Joniche, perchè non vi è ancora alcun intervento da parte delle istituzioni e da parte della popolazione?

E’ scritto: “Nel vecchio corpo malato delle provincie meridionali, la Calabria è il tumore più grave. Abbandonata a una cancrena che ne divora i tessuti questa terra resta per secoli confinata in una dimensione tra l’orrido e il favoloso”.

Ad aggravare la situazione sono, inoltre, i rifiuti tossici (torrente Oliva zona del Basso Tirreno cosentino) e la nave dei veleni.

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