L’ex ministro premeva per un coordinamento tra le procure nelle indagini sulla trattativa Stato-Mafia: adesso “non ricorda”. “Borsellino? Non lo conoscevo”

Nicola Mancino

L’ex senatore Nicola Mancino, nello scorso dicembre era particolarmente preoccupato per il suo coinvolgimento nell’inchiesta ed il Quirinale avrebbe sollecitato informazioni sulle inchieste segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di Palermo, Firenze e Caltanissetta, tutte parallelamente impegnate nella verifica del ruolo di ex ministri e parlamentari nel biennio della trattativa a suon di bombe, ma con prospettazioni del tutto differenti.

«Io non la ricordo nel contenuto, anche perché scrissi una lettera al Capo dello Stato», ha detto Nicola Mancino, a «Film Cronaca» su La7, a proposito della sua telefonata, intercettata, al Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Lo stesso Mancino ha spiegato di aver scritto al Capo dello Stato per chiedere un coordinamento tra le procure.

«Io – afferma Mancino – ho scritto una lettera al Capo dello Stato dopo la sentenza Tagliavia della Corte d’Assise di Firenze, perché ebbi l’impressione che ci fosse una descrizione degli avvenimenti del 1992 un pò fantasiosa». La sentenza Tagliavia ha stabilito che ci fu trattativa tra Stato e mafia, e che ad attivarla non fu la mafia, ma lo Stato.

«Era verso la conclusione – ha aggiunto Mancino – l’altra indagine aperta a Caltanissetta. Io mi sono chiesto: ma perché non c’è un coordinamento? E se una corte d’Assise afferma che non fu la mafia, ma fu lo Stato» ad avviare la trattativa «e un’altra esclude responsabilità di elementi politici, di ministri nella strage di via d’Amelio, allora la cosa migliore sarebbe un coordinamento. Coordinamento che si dice ci sia stato, ma che io ritengo non sia stato sufficientemente realizzato».

Le Procure si sono mosse in ordine sparso? è stato chiesto a Mancino. «In ordine sparso non direi – ha risposto -. Ci sono stati incontri, riunioni ma non tali da ricondurre a unità uno stesso episodio, perché stiamo parlando della strage di via d’Amelio. Tre uffici giudiziari (Firenze, Caltanissetta e Palermo, ndr) non possono dare valutazioni, fare analisi senza un coordinamento, che è voluto dal legislatore».

«Io sono stato presentatore di un progetto di legge, andato poi sotto il nome Mancino-Violante, che ha permesso di portare a compimento il maxi-processo a Cosa Nostra». Nei confronti della mafia «io non ero ero il “morbido” a cui fa cenno qualcuno, non escluso lo stesso ex ministro Scotti». Mancino prese il posto di Scotti alla guida del ministero dell’Interno dopo l’omicidio di Giovanni Falcone.

Poi Mancino ha ribadito che, con Paolo Borsellino, ci fu «solo una stretta di mano», «non lo conoscevo personalmente». Mancino ha detto di averlo visto dopo il suo insediamento come ministro ai primi di luglio 1992.

«Io non conoscevo personalmente Borsellino, ma sapevo chi era, sapevo della sua autorevolezza nel pool anti-mafia di Palermo», ha raccontato Mancino. «Mi sono insediato al Viminale – ha detto Mancino – il primo luglio 1992. Ricevo una telefonata interna, dal capo della polizia, Parisi, che mi chiede se avevo niente in contrario a ricevere Borsellino».

«Borsellino si incontra con me con una stretta di mano. A confermare che si è trattato di una stretta di mano è stato anche il giudice Aliquò», che quel giorno era con lui. «Borsellino era alla Dia per interrogare per la prima volta il pentito Gaspare Mutolo».

Mancino ha poi sintetizzato il resoconto che fece Mutolo di quanto seguì all’incontro tra lo stesso Mancino e Borsellino. Secondo il pentito, «quando Borsellino e Aliquò tornarono dal ministero – è il racconto di Mancino – erano delusi per una semplice stretta di mano e per non aver potuto parlare di politica antimafia con il ministro dell’Interno, anche perché c’erano 400-500 persone nei corridoi del Viminale.

Borsellino torna da Mutolo inquieto – è sempre il racconto di Mancino – fumando una sigaretta dietro l’altra. Mutulo chiese a Borsellino: non è contento di essere andato al Viminale a salutare il ministro? Lui risponde: «che ministro e ministro, io ho visto Contrada e Parisi».

«Chiudo qui – dice ancora Mancino – perché questo pentito è stato ritenuto attendibile, io ho la controprova da parte del giudice Aliquò di tutto quanto è avvenuto fin dall’inizio».

E questa è la versione di Mancino: ma sta dicendo la verità?

«Insomma, io devo capire se Spatuzza in Dell’Utri non conta e qui è fonte di prova», dice in una intercettazione il consigliere giuridico del Quirinale, Loris D’Ambrosio, all’ex ministro Mancino a proposito delle diverse valutazioni fatte da diversi magistrati sul pentito di mafia, inattendibile per la corte d’appello che giudicò il senatore Dell’Utri e attendibilissimo secondo le Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze. «Perché non è credibile lo Stato…», aggiunge, insistendo sulla necessità di un intervento del procuratore nazionale antimafia: «Quindi non è l’avocazione che si chiede a Grasso, non si può nascondere dietro la mancanza del potere dell’avocazione…». Il problema, secondo il consigliere di Napolitano, è il coordinamento delle indagini: «Diciamo, voi fate le indagini su una cosa, va bè, vengo pure io. Vi applico uno qua e uno là e vengo a fare le carte con voi…».

Questa conversazione intercettata risale al 5 aprile scorso, all’indomani della lettera inviata dal Colle al procuratore generale della Cassazione, dopo che Mancino – all’epoca testimone dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia – aveva trasmesso per iscritto alcune rimostranze. E D’Ambrosio dice a Mancino: «Il presidente condivide la sua preoccupa… cioè, diventa una cosa… inopportuna…». L’ex ministro, sempre preoccupato, risponde: «Questi si dovrebbero muovere al più presto».

Ecco la trascrizione della telefonata tra Mancino e D’Ambrosio.

Il 25 gennaio, D’Ambrosio parla con Mancino della sua nomina al Viminale tra le stragi di Capaci e via D’Amelio, al posto di Scotti, che per Mancino ebbe solo spiegazioni politiche; niente a che vedere con la trattativa, come invece sospettano gli inquirenti.

D’Ambrosio: «Tenga conto che io so che oggi sentono Forlani».
Mancino: «Sì, ma io poi con Forlani non parlo…» (…)
D’Ambrosio: (a proposito di una memoria preparata dall’ex ministro): «Per come lei lo ha illustrato mi sembra di una limpidezza totale.(…) E’ chiaro che è un discorso politico che nulla c’entra con la strage.(…)»
Mancino: «Questi sentono Scotti come se fosse un oracolo… e hanno dimenticato che è stato processato per peculato, poi benevolmente trasformato in abuso d’ufficio».
Ma quello che più tiene in tensione Mancino è il possibile confronto con l’ex ministro della Giustizia Martelli, il quale sostiene di avergli detto, nel ’92, che i carabinieri del Ros s’incontravano con Ciancimino, mentre Mancino ha sempre negato questa circostanza. L’argomento viene affrontato anche nella telefonata del 12 marzo scorso.
D’Ambrosio: «Il problema che si pone è il contrasto di posizione… tant’è che il presidente ha detto: ma lei ha parlato con Martelli… indipendentemente dal processo, diciamo…»
Mancino: «Ma io non è che posso parlare io con Martelli…».
D’Ambrosio: «No, no… io ho detto, guardi non credo, ho detto, signor presidente, comunque non lo so. A me aveva detto che aveva parlato con Amato, giusto… e anche con Scalfaro…».
Mancino: «Va bene… povero Scalfaro (era morto alla fine di gennaio, ndr ). De Donno (l’ex capitano del Ros, ndr ) dice che Scalfaro aveva fatto tutti lui, con Capriotti (ex direttore delle carceri, ndr )».
D’Ambrosio: «Però lì ci spostiamo a fine ’93 (…) Quasi impossibile capire le cose».

Nella conversazione del 25 novembre 2011, si parla del modo di condurre le indagini da parte dei magistrati palermitani.

D’Ambrosio: «Fanno un passo avanti e due indietro, due passi avanti e quattro indietro… perché gli conviene tenere aperte queste… voragini per poi infilarci ogni volta la cosa che più gli fa comodo in quel momento… ».
Mancino: «Mo’ pure questa cosa di Dell’Utri… ma io so Dell’Utri che cosa ha fatto! Ma mi sembra che… diciamo è rafforzativa della tesi secondo cui Dell’Utri, per conto anche di Berlusconi, ha fatto trattative… ».
D’Ambrosio: «Sì, ma insomma sono sempre le stesse cose che ormai ricicciano… non mi sembra che c’è una cosa determinante, non lo so…»

L’agitazione di Mancino si può percepire, a quanto risulta, anche da alcune telefonate omissate perché riguardano i contatti dell’ex ministro con cariche dello Stato o persone comunque coperte da immunità.

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