Antonio Ingroia si dimette dall’inchiesta Stato-Mafia e lascia l’Italia. Nelle stesse ore in cui ricorrono i 20 anni dalla strage di via d’Amelio, la giustizia è stata sconfitta ancora. Il procuratore aggiunto di Palermo è stato di fatto esautorato dalle sue funzioni, costretto ad andarsene in Guatemala, colpevole di essersi affacciato nella stanza proibita della verità, che cela l’orrore dei veri sicari di Paolo Borsellino: i traditori dell’agenda rossa. L’esilio di Ingroia è la prova schiacciante, più di ogni altra, che l’Italia, oggi come ieri, è in mano a una casta disposta affinchè non venga fatta piena luce sulla stagione che ha insanguinato il Paese, e della quale appare ormai evidente che Cosa Nostra è stata feroce di esecutrice di ordini che arrivavano dall’alto, dai poteri deviati di Roma e Palermo.

Nemmeno un tentativo di farlo restare al suo posto. Ingroia può andare via, non serve più. Il ministro della Giustizia Paola Severino ha dato subito l’assenso al collocamento fuori ruolo: la pratica passa al Csm che dovrà autorizzare il pm ad andare a fare il capo dell’unità di investigazioni e analisi criminale contro l’impunità in Guatemala. Già a fine maggio Ingroia aveva informalmente annunciato al Guardasigilli di avere ricevuto la proposta di incarico dall’Onu, anticipando l’intenzione di volerla accettare, con l’amarezza di chi sa che qui non ci sono più i presupposti per lavorare.

“Sono stanco di essere ormai un bersaglio continuo”, così Ingroia ha fatto capire il suo disagio e quel senso di inevitabile frustrazione verso quel sistema spietato che sbarra la strada a chi insegue le verità più scomode. Un muro invalicabile fatto di complicità e omertà, collusioni e depistaggi,  Ombre che attraversano il tempo con una facilità disarmante e sono l’inquietante anello di congiunzione tra il passato e il presente.

Sono passati 20 anni dalle stragi, qualcosa è cambiato e qualche coscienza si è risvegliata ma il caso Ingroia dimostra che non può bastare. La verità non c’è, sin qui è emersa solo una parte di essa: dimezzata e incompiuta. La strada verso una società libera dai tentacoli della piovra, quella istituzionale, è ancora lunga. Ci sono nomi che erano intoccabili allora e sono rimasti tali. Il mito della mafia che ha flagellato la Sicilia agli occhi del mondo non sarebbe mai esistito o perlomeno sarebbe stata cosa ben diversa, senza l’appoggio attivo e determinante dei politici che hanno coperto per anni la latitanza dei capi territoriali della malavita e insieme a loro hanno fatto affari e deciso chi doveva morire.

Ingroia, prima ancora che un bravo magistrato è un uomo di grandi qualità umane. Così me lo hanno descritto spesso alcuni suoi amici e collaboratori, sottolinenando l’integrità morale e la sensibilità di una persona che non si stanca mai di ripetere quel suo pensare e dire che “dal buio non ci siamo ancora affrancati” e “la magistratura da sola non può arrivare alla verità se tutto il Paese non la vuole davvero”. Non può non suscitare sdegno, in queste ore, la presa di posizione di un Capo dello Stato che sarà essere la persona più limpida e onesta del mondo ma ha sbagliato di brutto, sollevando un conflitto d’attribuzione davanti alla Consulta contro la Procura di Palermo, “colpevoli” di averlo intercettato. In questo scontro istituzionale senza precedenti tra Quirinale e magistrati c’è da chiedersi cosa possa avere da temere Napolitano se davvero è sereno e certo della sua assoluta estraneità ai fatti della trattativa Stato-Mafia.

Napolitano ha scritto una pagina nera nella storia del Paese, con un sussulto di violenza istituzionale, inaudita e inaccettabile, mentre Igroia, lo stesso magistrato ora esiliato in Guatemala, si apprestava a chiedere il rinvio a giudizio di Nicola Mancino (persona con cui il presidente parlava al telefono) e di un’altra dozzina di persone coinvolte nell’inchiesta Stato-Mafia, quindi Marcello Dell’Utri, Calogero Mannino, Massimo Ciancimino e diversi esponenti delle Forze dell’ordine. “La decisione di sollevare un conflitto di attribuzione davanti alla Corte costituzionale è stata dettata dal dovere di promuovere un chiaro pronunciamento su questioni delicate di equilibri e prerogative costituzionali, ponendo così anche termine a una qualche campagna di insinuazioni e sospetti senza fondamento e al trascinarsi di polemiche senza sbocco sui mezzi di informazione. Non ho nulla da nascondere ma un principio da difendere, di elementare garanzia della riservatezza e della liberta’ nell’esercizio delle funzioni di capo dello Stato”. Questa l’imbarazzante giustificazione di un presidente della Repubblica che, dunque, ritiene di dover essere distinto e distante dalla gente comune sulla quale l’Autorità giudiziaria deve fare i propri accertamenti, privilegiato rispetto ai cittadini.

Napolitano non può più essere ritenuto garante dello Stato e dovrebbe rassegnare le dimissioni e invece resta al suo posto, perchè l’Italia non ha nemmeno la capacità di indignarsi. C’è da chiedersi quanti italiani comprenderanno, piuttosto, la gravità della vicenda Ingroia, e cosa significa la decapitazione professionale dell’uomo che si è illuso di poter aprire la porta del male. “Vogliono farmi passare per pazzo”, ha detto il magistrato più scomodo della Procura di Palermo. Scomodo come lo sono stati Falcone e Borsellino. E’ un film già visto. Ieri i servitori dello Stato venivano uccisi con il tritolo, adesso l’eccesso stragista delle bombe ha lasciato spazio al più silenzioso killeraggio – meno feroce forse ma altrettanto spietato – di un trasferimento e delle dimissioni che ti tolgono il tuo mestiere e voglio fermare gli ideali per cui lotti. E’ cambiata solo la scenografia, non la regia.

“Non esiste mafia senza politica, speriamo possa esistere una politica senza mafia”, Antonio Ingroia.

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