Il procuratore di Palermo lascia l’inchiesta sulle stragi e la trattativa Stato-Mafia. Va in Guatemala per l’Onu: “stanco di essere un bersaglio continuo. Mi hanno pure definito pazzo e forse lo sono come Paolo Borsellino”

Antonio Ingroia

Il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia, ha deciso di lasciare l’indagine sulla trattativa Stato-mafia e le stragi del 1992. 

Il ministro della Giustizia Paola Severino ha accolto la scelta di Ingroia senza opporsi.

La decisione è stata presa grazie a un’offerta per un incarico annuale alle Nazioni unite in Guatemala ma Ingroia non ha nascosto che la sua situazione in Italia stava diventando ormai molto difficile da sostenere.

«Io non mi sento in guerra con nessuno, però che sia diventato un bersaglio questo lo avverto anch’io» ha dichiarato il 20 luglio al quotidiano La Stampa.

Ingroia è il titolare dell’indagine che è finita al centro delle polemiche a causa delle intercettazioni del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sulla trattativa Stato-mafia, portate davanti alla Consulta e per le quali il numero uno del Colle si è appellato al conflitto di attribuzione.

I pm avevano definito questa scelta di Napolitano come «eccentrica», concetto ribadito dal procuratore generale: «Sono state depositate solo le intercettazioni ritenute rilevanti. Quelle del tutto irrilevanti sono rimaste in un altro procedimento che avrà certamente tempi più lunghi».

Restano, a sua stessa affermazione «ancora dei buchi neri nell’indagine, sebbene la procura ritenga di avere ricostruito la trama e di avere individuato i principali protagonisti». Certo, la voglia di cercare la verità è forte ma forse il procuratore non ne può più, e adesso è disposto a lasciare tutto.

Il magistrato era stato contattato dalle Nazioni Unite per ricoprire un incarico annuale di capo dell’unità di investigazioni e analisi criminale contro l’impunità nel Paese centroamericano.

Il progetto, però, aveva recentemente ricevuto una battuta d’arresto. Secondo alcune indiscrezioni infatti, il pm aveva chiesto informalmente al Csm di mantenere il posto di aggiunto a Palermo, trovando una fredda accoglienza a Palazzo dei Marescialli.

La vicenda era stata seccamente smentita dallo stesso Ingroia che aveva negato di avere ricevuto proposte formali dall’Onu e che aveva sostenuto che si trattava di mere ipotesi.

Ma ora il procuratore si è rimangiato le proprie parole: «Da tempo le Nazioni Unite mi hanno proposto l’incarico» e ha raccontato di avere informalmente annunciato la novità al guardasigilli Paola Severino già a fine maggio 2012, anticipando l’intenzione di volere accettare.

Più volte avrebbe poi chiesto informazioni, anche per iscritto, sulla pratica e il 14 luglio ha fatto arrivare al ministero il suo assenso al collocamento fuori ruolo, subito firmato da Severino.

Insieme all’entusiamo per questo nuovo lavoro, Ingroia non ha nascosto però l’amarezza: «Lo considero una sorta di prosecuzione della mia attività in Italia. In quelle latitudini, per fortuna, i giudici antimafia italiani sono apprezzati anziché denigrati e ostacolati».

Non deve essere stato facile per Ingroia portare avanti delle indagini tanto delicate come quelle sulla trattativa Stato-mafia e sentirsi contemporaneamente attaccato su più fronti.

Proprio il 18 luglio, per esempio, Ingroia si è visto costretto a rispondere a un’accusa del senatore Marcello Dell’Utri, indagato per estorsione ai danni dell’ex premier Silvio Berlusconi.

Dell’Utri aveva ironizzato con poco gusto sulla morte del giudice Paolo Borsellino a Palermo, il cui anniversario è stato celebrato il 19 luglio, affermando: «Chi l’ha ucciso? Siamo stati io e il Cav» e poi dando al procuratore del pazzo.

Subito Ingroia aveva replicato: «Mi ha definito pazzo e devo dire che a volte mi ci sento. Mi piace essere un po’ pazzo come Paolo Borsellino perché continuo a credere nella possibilità che, nonostante tutto, si possa raggiungere la verità sui grandi misteri del nostro Paese».

Antonio Ingroia ora ha deciso di portare questo pensiero in Guatemala, ma sempre in lotta contro la mafia. Con quella caparbietà e l’onestà intellettuale che ha caratterizzato la sua azione e lo ha reso in questi anni uno dei migliori magistrati italiani.  

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