L’ex premier frena la riforma perchè prima vuole aspettare l’esito delle elezioni ad ottobre in Sicilia

Silvio Berlusconi

Riforme ferme, compresa quella della legge elettorale. Tutto bloccato e tutto rinviato a settembre, o meglio a ottobre, dopo le regionali in Sicilia. Tutta colpa dello spread che non scende, di una crisi economica senza fine e di partiti allo stato gassoso, paralizzati da ciò che li attende nella prossima legislatura e che non riescono a tramutare in proposta politica.

L’idea della grande coalizione e l’ipotesi di un Monti che dopo le elezioni del 2013 succede a se stesso, nasce tutta da questa incertezza e coinvolge, seppur in maniera diversa, sia il Pd che il Pdl. Proprio il partito di Angelino Alfano è preda delle più forti convulsioni interne. Gli ex An, così come coloro che hanno più di due legislature, hanno ormai compreso di essere destinati alla marginalizzazione e che Silvio Berlusconi andrà per la sua strada. Da solo o con una pattuglia di eletti. Obiettivo del Cavaliere, tornare in Parlamento con un suo seppur ridotto ma fedelissimo gruppo di parlamentari, e dirsi disponibile a sostenere un nuovo governo di unità nazionale. Anche se guidato da un esponente del Pd.

Per ora, e fino alla fine della legislatura, massimo sostegno a Monti, anche se qualcuno dei fedelissimi, ogni tanto, mette sotto il naso del Cavaliere il drappo rosso della giustizia o della televisione per cercare di farlo imbizzarrire. Nell’ultimo incontro a palazzo Grazioli in cui si è discusso di legge elettorale, è stato soprattutto il non detto del Cavaliere a preoccupare i presenti. E se persino Verdini (nuovo delegato a trattare sulla legge elettorale) azzarda, rilanciando le odiate primarie (da parte del Cavaliere), si capisce a che livello sia la sopportazione dell’ex premier per tutto il gruppo dirigente.

D’altra parte il ragionamento che a bassa voce ripete da settimane Berlusconi non sembra campato in aria: «Mi dicono che devo fare il pensionato o lo statista da convegno perché ho stancato, ma prima di me gli elettori rifiutano chi fa politica da sempre e chi sta in Parlamento dalla Prima Repubblica e pensa di esserci anche nella Terza». Di politici di lungo corso, tra gli eletti del Pdl, ce ne sono tanti e non solo tra gli ex di An, e il Cavaliere proprio da qui pensa di ripartire, convinto che «sì, una certa stanchezza del nostro elettorato è normale, ma alla fine in mancanza di leadership alternative, io posso sempre dare un contributo».

Sondaggi alla mano, nei recentissimi test fatti fare dall’ex premier, il suo personalissimo contributo viene quotato sopra il dieci per cento. Una percentuale bassa se si considerano le fortune del Pdl nelle ultime tre consultazioni elettorali, ma che rappresenta una quota rilevantissima. Soprattutto perché, da solo, Berlusconi è in grado non solo di rendere impossibile qualunque ricomposizione al centro, ma è in grado di condizionare anche la più che probabile vittoria di un centrosinistra in versione ’96.

Berlusconi lo sa e resta alla finestra aspettando che la legislatura arrivi ad un punto di non ritorno che salvi non tanto il governo Monti, ma che riduca le possibilità di nuove aggregazioni che, partendo magari dal Pdl, tentino di escluderlo. Sinora il gioco di interdizione gli è riuscito, anche se l’affermazione (che fece tempo fa) su un «Alfano senza quid» lo ha costretto a inabissare per qualche tempo il suo disegno. Ora però, quel progetto è tornato di nuovo a galla accentuato anche dall’impressione che ha destato nel Cavaliere la defenestrazione di Umberto Bossi dalla guida della Lega. Il timore di un nuovo 25 luglio lo ha spinto sinora a dar ragione a tutti. Storace compreso. Ma nella più che ondivaga linea del Pdl che passa dagli attacchi all’euro alla voglia di tenersi Monti anche dopo, Berlusconi tiene ancora in mano il timone più grosso.

Svaniti in poco tempo gli effetti della «più grande novità della politica italiana», Berlusconi aspetta quindi l’autunno e le elezioni in Sicilia di ottobre dove verrà proposta l’intesa Pd-Udc. Se l’esperimento di Bersani e Casini non dovesse avere un chiaro successo, Berlusconi è convinto di poterla spuntare per una legge elettorale proporzionale con sbarramento e senza premi rilevanti.

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