Ora si punta a limitare il numero degli embrioni trasferiti e ad eliminare gli ostacoli economici e sociali che negano l’accesso all’iter anti-infertilità

aumentano i bambini in provetta

Cinque milioni di bambini. Sono i figli della provetta nati in tutto il mondo grazie alle tecniche di procreazione assistita (Pma) dal lontano 1978, anno di nascita della prima bimba, la britannica Louise Brown.

Oggi le tecniche si sono affinate, i risultati raggiunti sono sempre migliori, ma spesso le politiche economiche di ogni paese impongono restrizioni al numero dei tentativi concessi alla donna, al rimborso dei farmaci e dei trattamenti, all’età di accesso alle terapie, con forti differenze all’interno dell’Unione europea, dove comunque la
media è di quasi mille cicli per milione di abitanti.

Al ventottesimo meeting dell’Eshre (Società europea di riproduzione umana ed embriologia), che si conclude oggi a Istanbul, il raggiungimento dei cinque milioni di bambini è però più che un traguardo. “Quando scoprimmo la tecnica Icsi (che prevede l’iniezione di un singolo spermatozoo nell’ovocita) mai avremmo potuto immaginare un simile successo – ricorda André Van Steirteghem, uno dei pionieri – e in così poco tempo. Oggi possiamo dire che la maggior parte dei problemi di infertilità maschili e femminili può essere trattata in sicurezza e con successo con l’Icsi o l’Ivf (fertilizzazione in vitro)”.

Ed il traguardo dei cinque milioni è addirittura “una pietra miliare – precisa Simon Fishel, direttore del gruppo britannico Care Fertility e membro del team che fece nascere Luise Brown – che non solo giustifica tutte le battaglie legali e morali di questi anni, i dibattiti etici e l’impegno di medici e pazienti, ma che dà uno stimolo a noi medici per continuare a lottare lì dove esistano ancora barriere ai trattamenti”.

Barriere economiche e, in alcune parti del mondo, sociali. Ogni anno, secondo i dati Icmart (il comitato internazionale che monitora le tecnologie di riproduzione assistita), un milione e mezzo di cicli di Pma portano come risultato alla nascita di circa 350.000 bambini, numero in continua crescita e che va di pari passo con l’aumento delle diagnosi di infertilità. Ma le richieste sarebbero maggiori. In Europa, infatti, a fronte di una media di mille trattamenti per milione di abitanti, secondo il gruppo Eshre che monitora l’Ivf (fertilizzazione in vitro), ne servirebbero almeno 500 in più. Beninteso, non ovunque. Le medie spesso non rivelano del tutto le realtà diverse e così ci sono paesi, soprattutto nel Nord Europa, dove quasi si triplica la media europea (come la Danimarca, 2726 cicli/milione) e altre dove si è ben al di sotto, come Austria (747), Germania (830), Italia (863) e Gran Bretagna (879).

“L’obiettivo – conferma Anna Pia Ferraretti, responsabile dell’Eshre Ivf monitoring consortium – è quello di ridurre progressivamente, cosa che sta già accadendo, il numero degli embrioni trasferiti per evitare nascite plurime. Nel 2009, rispetto agli anni precedenti, per la prima volta le nascite trigemine sono scese sotto l’1 per cento e le gemellari sono arrivate sotto il 20 per cento (19.6%)”.

Scopo finale dei medici – ha ribadito Anna Veiga, direttore scientifico dell’istituto universitario Dexeus di Barcellona e presidente Eshre – è “arrivare alla nascita di un singolo bambino sano, e l’obiettivo può essere raggiunto con il miglioramento delle performance cliniche ed embriologiche. Un singolo bambino e trattamenti meno aggressivi nella stimolazione delle pazienti”.

Le nascite plurime, infatti, sono una sconfitta, per l’elevato costo sanitario e per l’aumentato rischio di patologie. Tanto che alcuni Paesi il limite di un singolo embrione lo hanno stabilito per legge. Anche perché – secondo i dati su oltre cinquantamila nascite da Pma del registro australiano – il trasferimento di un singolo embrione riduce i rischi di mortalità perinatale (termine con cui si intende sia la morte fetale che le morti dei neonati entro il ventottesimo giorno dalla nascita).

Secondo i dati presentati da Elisabeth Sullivan, dell’unità di Epidemiologia perinatale e riproduttiva dell’università australiana New South Wales a Sidney, su 50.258 nascite (più di 20 settimane e/o più di 400 grammi di peso alla nascita) il tasso di mortalità perinatale totale è stato di 16,2 su 1000 nascite. Con una percentuale di 19,1 morti su mille dopo trasferimento di due embrioni e 13,2 da trasferimento singolo, il 53 per cento in più. Dati che spiegano perché Australia e Nuova Zelanda hanno deciso l’adozione volontaria della politica del singolo trasferimento di embrione.

© Riproduzione Riservata

Commenti