Sempre più italiani ricorrono all’esame del DNA per accertare la propria paternità. E il 20% di loro scopre che il loro presunto figlio è invece illegittimo

Raffaella Fico e Mario Balotelli

Gli ultimi casi celebri sono quelli di Justin Bieber e di Mario Balotelli, “accusato” dalla ex Raffaella Fico di essere il padre di suo figlio.

E prima di loro ci sono stati Maradona, che ha dovuto alla fine arrendersi a riconoscere il figlio avuto da Cristiana Sinagra, e Cristiano Ronaldo, che ha dovuto riconoscere un bimbo partorito da una madre misteriosa. E poi ancora Eddie Murphy, Mel Gibson e Alberto di Monaco, tutti costretti a riconoscere i rispettivi figli.

Ma il test del DNA per accertare la paternità è ormai di gran voga non solo tra le star ma anche tra gli italiani. Chi per fugare -o farsi confermare- dubbi più o meno fondati sulla paternità dei figli nati all’interno del matrimonio e dunque sulla sospetta infedeltà della moglie, chi nella speranza di sfuggire a tentativi di venire incastrati da ex fidanzate o da fugaci avventure con donne (s)conosciute sotto i fumi dell’alcool, e di cui a malapena ci si ricorda il nome. Ma ci sono anche casi di figli che puntano a un’eredità, o di extracomunitari che prima di ottenere il sospirato ricongiungimento familiare vogliono accertarsi che il figlio ricongiunto sia effettivamente tale.

Sta di fatto che in Italia i test di paternità in Italia sono in costante crescita: solo quelli eseguiti da laboratori accreditati ma “fai da te”, senza fini legali, sono aumentati del 15% dal 2010 al 2011. Ma tra i test commissionati dal giudice e quelli fatti in totale autonomia, magari mandando di nascosto a un laboratorio trovato su Internet un capello strappato al figlio, i numeri promettono di essere molto più elevati.

Come sono elevati, purtroppo, anche i figli illegittimi: i test dal 10 al 20% dei casi -un numero variabile e non calcolabile con precisione non esistendo dati ufficiali- rivelano che non esiste rapporto di parentela tra il padre e il (presunto) figlio.

Il test “fai da te”, non valido legalmente ma utile dal punto di vista informativo, richiede una procedura molto semplice: basta un capello (strappato ma non caduto), oppure un mozzicone di sigaretta, uno spazzolino da denti o anche un chewing gum masticato, ma senza zucchero. Il reperto va inviato a uno dei tanti laboratori facilmente rintracciabili in Rete e il risultato arriva dopo qualche tempo, in busta chiusa e anonima. Negli Stati Uniti è ancora più semplice: basta entrare in un supermarket Wallgreens e il kit di paternità è vostro per poco più di 16 dollari.
Quanto al minore “esaminato”, è aperto un dibattito sull’opportunità di analizzare il suo DNA senza il suo consenso, ma la legge non vieta questa pratica, secondo alcuni discutibile anche se finalizzata alla mera curiosità del padre. Basti pensare che è possibile eseguire il test anche sul feto, generalmente per motivi medici.

Diverso è il caso del test valido legalmente, e dunque utilizzabile in giudizio per dispute su eredità e alimenti. Perché il test sia valido entrambi i genitori devono essere consenzienti in caso di analisi del DNA di un minore; inoltre è importante accertare l’identità della persona in sede di prelievo del DNA, che deve essere eseguito presso una struttura apposita.
A questo punto il risultato fa testo anche davanti al giudice: la sentenza del 6 luglio 2006 n.266 della Corte di Cassazione sancisce la validità del test legale del DNA per il disconoscimento o riconoscimento di paternità.
Un test che evidentemente è ritenuto attendibile (la percentuale di precisione è di poco inferiore al 100% e di fronte al quale tutti, mogli fedifraghe o uomini poco prudenti nell’uso di anticoncezionali, devono arrendersi.

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