Il logorìo psicofisico riduce le capacità di gestire i cambiamenti d’umore e comporta, alla lunga, ansia e disordini bipolari. Il male oscuro è dietro l’angolo

le conseguenze dello stress

Problemi familiari, disordini congeniti, traumi irrisolti soffocati nel subconscio: della depressione e delle sue cause si è detto di tutto ma, di fatto, la malattia del secolo resta ancora un nodo irrisolto per psicologi e psichiatri.

Spesso però, in campo scientifico, le soluzioni sono più semplici ed evidenti di quanto si creda, e sulla base di questo principio i ricercatori dell’Università statunitense di Yale hanno cominciato a studiare il link tra la depressione e l’altro immenso mostro sviluppatosi di pari passo con i progressi della modernità: lo stress.

Logorìo psicofisico e sindrome depressiva, secondo gli studiosi, sono insomma due facce della stessa medaglia. Lo stress cronico blocca l’attività del gene che produce la neuritina, proteina in grado di proteggere il cervello da disordini dell’umore come la depressione.

La ricerca, pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences, – spiega un approfondimento di Repubblica – rivela dunque che lo stress ha un impatto molto forte sulla nostra capacità di gestire i cambiamenti umorali e può portare, alla lunga, a depressione, ansia e disordini bipolari.

Per giungere a queste conclusioni, gli studiosi hanno indotto la depressione in un gruppo di ratti di laboratorio introducendo dei fattori di stress cronico come mancanza di cibo o di gioco, isolamento e cambiamento dei cicli notte/giorno. “Questa operazione – spiega Ronald Duman, neurobiologo a capo dello studio – ha causato una forte dimunuzione dell’attività del gene per la neuritina, proteina che gioca un ruolo fondamentale nella plasticità cerebrale e nella risposta alle nuove esperienze e al controllo degli sbalzi d’umore”.

Lo stress, quindi, può predisporre il cervello alla depressione. Dallo studio americano risulta inoltre che gli antidepressivi sono in grado di riportare i ratti in salute, ma la cosa interessante è che un potenziamento dell’attività della neuritina produce effetti del tutto equivalenti: “La proteina – conclude Duman – potrebbe essere utilizzata per la produzione di nuovi farmaci”.

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