Clausule tra 160 e 400 milioni. Adesso costerebbe di più la mancata realizzazione dell’opera: ma è davvero così?

riproduzione grafica del Ponte sullo Stretto

La contesa resta aperta e adesso è più che mai una partita a scacchi con la calcolatrice.

Non è un’opera prioritaria, come hanno ammesso i ministri Corrado Passera e Corrado Clini, ma accantonare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina non è così facile. Anzi, secondo Altero Matteoli, senatore del Pdl ed ex titolare delle Infrastrutture e dei Trasporti dell’ultimo governo di Silvio Berlusconi, rischia di costare più di quanto si spenderebbe, o si vorrebbe risparmiare, per costruirlo. Tanto che il 19 giugno ha precisato: «Noi continueremo a sostenere che il Ponte vada realizzato perché rappresenta un volano di crescita non solo per l’intero Sud ma per tutto il Paese e l’Europa», aggiungendo: «Passera ha verificato l’entità del danno che deriverebbe al bilancio dello Stato in caso di stop dell’opera per le penali da pagare alle imprese che dovrebbero realizzare il Ponte?».

In caso di cancellazione dell’opera, infatti, lo Stato italiano potrebbe dover pagare una penale che varia dai 160 ai 400 milioni di euro, a cui si andrebbero ad aggiungere i costi sostenuti fino a oggi dalla Società Stretto di Messina, calcolati in circa 270 milioni. Senza contare le spese per la liquidazione, le cause che inevitabilmente sorgerebbero e quanto già speso per i consulenti. Per un totalone finale che si aggirerebbe attorno agli 800 milioni di euro.

La penale, inserita come clausola di salvaguardia del contratto di Impregilo, il gruppo che costituisce quasi la metà di Eurolink, ammonterebbe a circa il 10% del valore del lavoro non eseguito. Ma la società potrebbe richiedere allo Stato anche gli utili non conseguiti.

Per avere le idee più chiare bisogna andare a chiedere direttamente al committente, cioè alla società Stretto di Messina, secondo cui «dovrà essere riconosciuto il pagamento delle prestazioni rese e delle spese sino a quel momento sostenute, oltre a un indennizzo nella misura ridotta del 5% dell’importo residuo del contratto, fino d un massimo dei 4/5. Va sottolineato che la misura usuale dell’indennizzo in caso di recesso dal contratto è del 10% sui 4/5 del valore contrattuale».

Ma non ci sono solo le penali da prendere in considerazione. Vanno valutate anche le spese già sostenute per il ponte che sulla carta (per ora) dovrebbe unire Calabria e Sicilia. Nel novembre 2011 il ponte era già costato ai contribuenti, cioè tutti noi che paghiamo le tasse, 283 milioni di euro.

Senza contare che i costi finali previsti erano schizzati dai 4,3 miliardi iniziali a 8,5. Il cambio di governo avvenuto a dicembre 2011 è stato solo un assaggio dei tagli fatti al progetto. A gennaio 2012 era circolata la notizia che il Cipe, comitato interministriale per la programmazione economica, aveva revocato 1.624 milioni di euro assegnati nel 2009 al Ponte sullo Stretto, e «mai né impegnati né spesi». Non solo. All’opera mancano ancora finanziamenti per circa 6 miliardi su 8,5 di costo totale. Troppi per finirlo e, sembra, anche per iniziarlo.

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