I ritmi di vita si fanno sempre più frenetici: cosa rimane dei nostri rapporti con gli altri? Il mondo “normale” si scambia opinioni: eppure non tutto è saper comunicare

Rosario U. Andreanò
Rosario U. Andreanò

Capita a volte che la quotidianità della vita scivoli sopra le nostre vite senza lasciarci il tempo di afferrare la stessa dinamicità degli eventi, che ci insegue e si interseca a noi con ritmi sempre più inverosimili.

Facilmente veniamo coinvolti da questo turbine di situazioni che ci trascina come un fiume in piena e, senza alcun riguardo per la nostra forma mentis, ci logora intellettualmente e fisicamente.  Vorremmo uscire da questo gorgo infernale ma alla stregua delle anime dantesche veniamo risucchiati nel vortice dell’uniformità e della globalizzazione.

Ci chiediamo, quindi, se sia il caso cavalcare quest’onda, senza dubbio fuorviante, o con tenacia cercare di riemergere esaltando la nostra personalità e le nostre passioni?

La domanda è impegnativa, perché in ogni caso ci poniamo davanti ad una questione non da poco e che, con coscienza è giusto porsi e cercare, se non del tutto ma almeno in parte, di risolvere. Ma noi che valore diamo al nostro prossimo, e che margini di rispetto abbiamo nei suoi confronti.

Questa strana corrispondenza non è a senso unico, anzi proprio perché riguarda tutti da vicino, è di natura biunivoca e non lascia adito a contraddizioni di sorta, infatti ognuno di noi è arbitro di se stesso e difficilmente ignora qual è il proprio limite di socialità.

Abbiamo tre livelli di comportamento sociale che vale la pena di prendere in analisi: l’essere sociale, l’essere asociale , e l’essere antisociale.

Voler analizzare questi tre livelli porterebbe a fare delle disquisizioni invadendo dei meandri cari alla sociologia che differenzierebbero ancor di più questa mini scala di valori che ci apprestiamo ad analizzare. Partiamo dal basso, chi è l’essere antisociale e come interagisce con la società dei suoi simili? Senza dubbio  questo è il livello  più infimo, dove alberga l’egoismo puro e dove la parola rispetto non ha significato alcuno per gli individui che ne sono affetti.

Sembra infatti una vera e propria malattia, dove il malato è felice di essere malato anzi gode ancor di più nel calpestare senza alcuna remora tutti coloro che hanno la disgrazia di trovarsi nel suo cammino. E’ una persona a senso unico che sfrutta abominevolmente le vite altrui e che, nel distruggere ogni cosa al suo passaggio, si esalta sempre di più quasi come in un’eterna sfida con se stesso.

In questa fase cadono tutte le convenzioni sociali e le leggi, e nemmeno la religione riesce ad arginare le opere abominevoli di cui spesso si macchiano tali individui. L’anti sociale rifiuta ciò che tutti accettano e lo fa per principio anche senza rendersene conto. A volte lo fa per noia e senza averne nemmeno un ritorno in termini economici ma di contro a volte simula la socialità solo per proprio interesse personale.

L’asociale rifiuta il mondo e si chiude sempre più in se stesso alla ricerca di un mondo personale assolutamente impenetrabile e dove la violenza scaturisce da un senso di difesa. Il santuario che crea tale individuo è unico e non replicabile e ogni sua variazione scaturisce da una profonda meditazione,  a volte anche sofferta, nel quale il vicino di gomito è lontano anni luce dal suo intendere.

Il mondo normale naviga tra la socialità e la collaborazione, comunica disperatamente e si scambia opinioni continuamente senza porsi tanto il problema di quanto tali opinioni possano realmente interessare coloro che hanno la ventura di saggiare le tue idee. Tutto è comunicabile e accettabile come lo è anche rifiutabile, anche se non è mai conveniente farlo a priori senza alcun motivo. Ma inevitabilmente la comunicazione si nutre di pareri, più o meno dotti, e in cima a questi comunicatori ci stanno coloro che hanno scelto di mettere nero su bianco le proprie idee, sperando che quelle storie o saggi vengano apprezzati o anche deprecati da un pubblico più vasto possibile.

Il dibattito dialettico nasce proprio dai tomi issati come pilastri dagli autori mentre il mondo muta inesorabilmente il suo modo di essere e di pensare a livello planetario. Ebbene è un male poter comunicare con uguali concetti con un amico seduto in una stanza ma all’altro capo del mondo? Credo proprio di no, ma inevitabilmente quell’uomo ha una cultura diversa dalla mia che esige solo una condizione: Rispetto.

Saremo in grado di rispettarci l’un l’altro nel gioco della globalizzazione? Mi auguro di si, nel frattempo l’unica doglianza di cui  ho il triste rammarico è di non esserci entrato prima nel gioco della comunicazione, s’intende, dalla porta principale.

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