La moneta unica è ormai crollata, le economie di mezza Europa sono ko: ecco chi sta sfruttando il gran disastro

Europa in ginocchio

Giornali, radio, tv e web ormai non parlano di altro. La crisi dell’euro ha messo in ginocchio le economie di mezza Europa.

A guidare la carovana degli Stati sull’orlo del fallimento c’è la Grecia – che aspetta l’esito delle elezioni politiche del 17 giugno per capire se utilizzerà ancora la moneta unica – seguita da Spagna, Portogallo, Irlanda e Italia. Il debito sovrano è a rischio, tanto da far coniare tra gli analisti economici il termine poco lusinghiero, almeno per chi conosce l’inglese, di Paesi “Pigs”. Insomma, ormai chiunque ha familiarizzato con termini quali spread, Btp, Bot e inflazione.

Le conseguenze della crisi nella zona euro le stanno scontando, ogni giorno, i milioni di cittadini europei. Quello che non è chiaro, però, è chi sta sfruttando proprio questa congiuntura negativa per trarre vantaggi economici. Iniziamo col dire che le principali banche americane hanno manifestato nell’ultimo periodo un trend molto chiaro sui mercati europei: ridurre l’esposizione verso i Paesi periferici, vendere i titoli di debito pubblico di Italia, Spagna, Portogallo, Grecia e Irlanda. Questo è quanto emerge dal bilancio trimestrale dei colossi bancari a stelle e strisce nei mesi più difficili per l’Europa, quando addirittura l’esistenza dell’euro viene messa in discussione.

Dando un’occhiata al bilancio trimestrale di Morgan Stanley, per esempio, emerge che nei primi tre mesi del 2012 l’istituto di credito americano ha ridotto del 21% la sua esposizione verso i Paesi europei più indebitati portandola a 2,4 miliardi di dollari, contro i 3,06 miliardi di inizio gennaio, con una riduzione di 618 milioni di dollari. Una posizione che si è andata rafforzando con il trascorrere delle settimane, considerato che a fine dicembre l’esposizione netta verso i Paesi a rischio debito sovrano era di 6,44 miliardi di dollari di cui 4,9 miliardi soltanto verso l’Italia.

In questo caso, però, c’è da ricordare che l’esposizione verso il nostro Paese è stata ridotta soprattutto a causa della chiusura, lo scorso 3 gennaio, di un contratto derivato da 3,4 miliardi di dollari. La riduzione, a dire il vero, ha investito tutti i Paesi alle prese con conti pubblici difficili, ad eccezione della Francia, dove l’esposizione è stata aumentata a 4,14 miliardi, da 1,71 miliardi di fine dicembre. Significativa anche la vendita di un miliardo di Cds, contratti assicurativi contro il rischio default dei titoli governativi.

Stessa storia per Bank of America che, sempre secondo quanto si legge nel bilancio, ha tagliato di 1,7 miliardi di dollari la sua esposizione totale verso Grecia, Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna, portandola a 9,8 miliardi a fine marzo da 11,5 miliardi di dollari di inizio anno e 10,3 di fine dicembre 2011. Con la inevitabile conseguenza che il debito pubblico rimane sempre più in mano alle banche nazionali, come avviene in Italia, con gli istituti di credito che imbottiscono il proprio portafoglio di titoli di Stato, comprandosi il debito pubblico.

Ma quello che sta emergendo negli Stati Uniti, alla fine del primo trimestre, è che le banche americane si sono posizionate per guadagnare se i titoli di debito pubblico del gruppo Pigs si svalutano, scommettendo, quindi, sul peggioramento delle condizioni economiche dei Paesi in crisi. Una sorta di gioco finanziario contro la Spagna, come esempio, provoca il crollo dei prezzi dei titoli pubblici del Paese, ma al contempo ne aumenta il rendimento. E qui sta l’inghippo.

A questo punto entrano in gioco i trader delle grandi banche che comprano a prezzi di saldo per poi rivendere gli stessi titoli quando il loro valore risale, lucrando sull’operazione. Un gioco semplice che può essere messo in atto, però, se gli operatori sono di dimensioni tali da riuscire a muovere il mercato. In questo scenario i primi a comprare sono gli investitori istituzionali, come i fondi pensione e le società di gestione, che possono detenere in portafoglio i titoli fino alla scadenza.

All’inizio della crisi, nel 2009, secondo il Financial Times, la Federal Reserve avrebbe incassato la bellezza di 19 miliardi di dollari grazie agli interessi e oneri a carico di società appoggiate, oltre agli 14 miliardi di utili realizzati per la concessione di prestiti privati ad aziende in crisi. Nel frattempo, negli ultimi mesi, le banche si alleggeriscono dei titoli governativi in portafoglio guadagnando anche sulle attività di trading. E a proposito di titoli governativi, il Tesoro, oggi, ha collocato Bot a 12 mesi per 6,5 miliardi di euro. Il rendimento a cui sono stati allocati i titoli di debito a un anno è schizzato a quasi il 4%, sui massimi dal dicembre 2011.

Il rendimento medio è del 3,972% rispetto al 2,34% dell’asta di titoli di un mese fa. Lo stesso potrebbe accadere domani, quando va in scena l’asta di titoli a media-lunga scadenza. Il Tesoro ha annunciato il collocamento di Btp con scadenza 2015 tra un minimo di 2 miliardi e massimi di 3 miliardi di euro. I tassi al rialzo testimoniano che gli investitoti percepiscono il nostro Paese sempre più a rischio. E intanto la finanza fa il resto.
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