Triplo sì della Camera. Severino vuole applicare art. 10 dal prossimo anno. Placet a concussione e corruzione tra privati. Giovedì il voto finale. Norme in vigore da che anno? Il ministro: “dal 2013”. Fli e Idv: “solo dal 2018”

la casta alle prese con il ddl sulla corruzione

Sì dell’Aula della Camera alle tre fiducie poste a Montecitorio dal governo sul ddl anticorruzione. La prima è passata con 461 sì, 75 no e 7 astenuti. Hanno votato a favore della fiducia sull’articolo 10 del ddl anticorruzione parte del Pdl, Pd, Udc, Popolo e Territorio. Contro l’Idv e la Lega. Fli non ha partecipato al voto.

In base al testo approvato, sostanzialmente non potranno essere più candidati quanti abbiano condanne definitive. La seconda, riferita all’articolo 13 che definisce i reati di corruzione tra privati e di traffico di influenze. è passata con 431 sì, 71 no e 38 astenuti. La terza ed ultima delle fiducie, riferita all’articolo 14, sulla nuova fattispecie della Corruzione tra privati, è passata con 430 sì, 70 no e 25 astenuti.

La prima fiducia: assenti, astenuti e contrari. Nel Pdl non hanno partecipato al voto di fiducia sull’incandidabilità dei condannati 22 deputati: 3 sono in missione; e in 3, Alessandra Mussolini, Lino Miserotti e Maurizio Bianconi, hanno votato contro; 6 gli astenuti tra cui Gaetano Pecorella e Antonio Martino. Per il Pd, invece, hanno disertato l’Aula in 5, tra cui i tesorieri del Pd Antonio Misiani e quello dei Ds Ugo Sposetti; 3 risultano in missione; nessun voto contrario.

Al momento della chiama, non si è presentato nell’emiciclo l’intero gruppo di Fli, ad eccezione della relatrice Angela Napoli. Presenze record nell’Udc: su 38 deputati hanno votato in 36. Rocco Buttiglione risulta in missione. Unico assente Gianluca Volontè. Tra i pidiellini assenti: Silvio Berlusconi, Niccolò Ghedini e Luca D’Alessandro. Lega e Idv dicono ‘no’ o sono assenti, come Umberto Bossi e Roberto Maroni.

Le dichiarazioni di voto finali inizieranno domani alle Camera alle 12, con diretta tv. Lo ha stabilito la conferenza dei capigruppo. Il voto finale è prevedibile fra le 13 e le 13,30. L’Aula di Montecitorio proseguirà l’esame del provvedimento a partire da stasera, dopo il terzo voto di fiducia. Restano da approvare gli articoli 7 e dal 15 al 20. Successivamente l’Assemblea dovrà esprimersi sui 16 ordini del giorno.

Se l’articolo 10 del ddl Anticorruzione diventerà legge nessun condannato in via definitiva potrà entrare in Parlamento o avere incarichi di governo. Nel corso del pomeriggio si è acceso lo scontro sull’effettiva applicabilità della norma. Idv e Fli, infatti, hanno attaccato il governo dicendo che le norme entreranno in vigore solo dal 2018.

Ma prima il ministro della Pubblica amministrazione Patroni Griffi («Con il testo approvato oggi, il governo è in grado di esercitare la delega a partire dal giorno successivo all’approvazione della legge e in questo modo i nuovi divieti sarebbero di immediata applicazione. Il termine della delega è un termine massimo») e poi quello della Giustizia Paola Severino hanno smentito la notizia. «Il tempo di un anno previsto nell’art.10 del ddl anticorruzione è il termine massimo. Cercheremo di accelerare al massimo e di legiferare sull’incandidabilità dei condannati entro il 2013», si è impegnata Severino.

L’art. 10. La norma riguarda le persone condannate con sentenza passata in giudicato a più di due anni per i reati gravi (come mafia e terrorismo) e per quelli contro la Pubblica Amministrazione o coloro che hanno subito condanne sempre in via definitiva per tutti gli altri reati per i quali sono previste pene superiori nel massimo a tre anni. Tutte queste persone non potranno essere elette né al Parlamento nazionale, né a quello europeo, né potranno ricoprire incarichi di governo.

L’art. 14. L’articolo 14 del ddl Anticorruzione, approvato con il terzo voto di fiducia, introduce nell’ordinamento italiano il reato di Corruzione tra privati. Il che significa che i vertici di una società (amministratori, direttori generali, dirigenti vari, sindaci e liquidatori ecc.) che in cambio di denaro o di altre utilità (anche promesse) per loro o per altri compiano od omettano atti in violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio o di quelli di fedeltà, cagionando un danno alla società stessa, rischiano il carcere da 1 a 3 anni. La pena della reclusione fino a 1 anno e 6 mesi si applica anche se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti ai vertici delle società. Analoga condanna rischia chi dà o promette denaro o altra utilità a questi stessi soggetti. Le pene raddoppiano se si tratta di società quotate in Borsa, nei mercati italiani o europei, o con titoli diffusi tra il pubblico «in misura rilevante».

© Riproduzione Riservata

Commenti