Ora chiedono aiuto all’Ue e promettono stop ai “prestiti facili” ma nel 2009 hanno dato vagonate di milioni al Real Madrid di Perez per acquistare Ronaldo e Kakà

Kakà e Ronaldo

Le grandi stelle del pallone, Cristiano Ronaldo e Kakà, erano in pegno già da un anno alla Bce. Il presidente del Real Madrid, Florentino Perez, li ha acquistati nell’estate 2009 da Manchester United e Milan (rispettivamente 100 milioni e 68 mln) con i soldi delle banche spagnole e senza neppure fornire le garanzie – tanto ovvie quanto imprescindibili – dovute per operazioni del genere.

Ora 200 miliardi di prestiti prelevati dal Bancomat low-cost dell’Eurotower  sono andati in fumo in tre mesi. I clienti, zitti zitti, hanno ritirato 65 miliardi dai loro conti correnti. Per le banche iberiche, dopo sette anni di fiesta e quattro di quaresima, è arrivato il momento di alzare bandiera bianca. La coperta, oggi più che mai, è corta, cortissima e i conti in rosso.  

«Per ristabilire la fiducia nell’Eurozona » come annuncia il ministro dell’Economia De Guindos i bilanci delle banche saranno messi ai raggi x, sotto la vigilanza del Fondo monetario internazionale. Il che significa nuove svalutazioni e tagli drammatici.

I conti non tornano più: la bomba ad orologeria dei 350 miliardi di mutui ereditati dalla sbornia immobiliare è scoppiata nel mezzo della crisi dei debiti sovrani. Uno spagnolo su tre non riesce più a pagare le rate. E così la nazione «destinata a superare Francia e Italia» (copyright Josè Luis Rodriguez Zapatero, 9 gennaio 2008) finisce in terapia intensiva sotto la tendina ad ossigeno della Ue dove è pronta una maxi-flebo da 100 miliardi. Ridotta così da un pugno di banche che quattro anni fa — quando Santander e Bbva macinavano 44 milioni d’utile al giorno — parevano le più ricche del globo. «La contraddizione è solo apparente — spiega uno dei più affermati banchieri iberici che oggi, con questi chiari di luna, preferisce rimanere anonimo — La storia del nostro credito è come quella del nostro ciclismo. La Once sbancava Giri e Tour. Peccato, si è scoperto poi, fosse solo merito dell’Epo del Doctor Fuentes».

La stessa cosa è successa agli sportelli. Dove il doping è arrivato sotto forma di un micidiale cocktail fatto di connivenze politiche e prestiti facili agli amici degli amici (Real Madrid e Barcellona in primis). Il tutto shakerato con strafalcioni gestionali come i soldi, troppi, che hanno fatto da carburante al boom del Ladrillo, la folle febbre del mattone.

«Nel 2007 sembrava di vivere nel Bengodi», racconta dalla sede di Stop Desahucio (“Basta sfratti”) Javier Contreras, uno dei 200 inquilini morosi buttati fuori di casa ogni giorno dalle banche a Madrid. L’economia cresceva del 3%, il debito era crollato al 34% del Pil, i conti pubblici erano in attivo. «E le banche ti finanziavano a 40 anni il 100% del prezzo dell’appartamento».

Risultato: tra il 2001 e il 2007 in Spagna (dove vive il 9% degli europei) è stato costruito il 29% delle nuove abitazioni della Ue. Poi sono arrivati i subprime e Lehman. I prezzi delle case sono crollati (oggi siamo a — 25%), un milione di appartamenti è desolatamente vuoto. E il cerino — leggi 148 miliardi di crediti in sofferenza — è rimasto in mano a Santander & C. Madrid ha provato a correre ai ripari obbligando gli istituti a fondersi tra di loro. Ma è servito a poco.

Bankia, tenuta a galla da 23 miliardi dei contribuenti spagnoli, ha prestato senza batter ciglio 76 milioni al Real Madrid (già indebitato per 590 milioni) per comprare Cristiano Ronaldo e Kakà. Salvo poi depositare alla Bce lo stesso prestito come garanzia in cambio di un finanziamento d’emergenza. Caixa e Santander hanno finanziato a getto continuo il Barca (gli ultimi 155 milioni qualche mese fa) malgrado i blau-grana avessero un’esposizione di 580 milioni. Nessuno ha mai osato negare un centesimo nemmeno alla Acs di Florentino Perez, presidente dei Galacticos. Finché le cose andavano bene, la società riusciva a pagare le rate (una volta grazie alla vendita per 400 milioni della Ciudad Deportiva Castillana al Comune di Madrid grazie, si dice, all’aiuto di Josè Maria Aznar). Oggi è costretta a mettere all’asta l’argenteria di casa per onorare i suoi nove miliardi di debiti.

Buchi impressionanti si sono aperti anche nei conti delle piccole casse di risparmio, governate per decenni come califfati dalla politica locale. Prendiamo la Caja de Ahorros Mediterraneo (Cam), tenuta in piedi da 3 miliardi di aiuti pubblici e venduta per un euro al Banco Sabaddel. In cda (la competenza innanzitutto) sedevano un ballerino, uno psicologo, un artista visuale e un sociologo nominati dai partiti.

E una volta aperti i bilanci, si è scoperto che in sei anni i manager si erano alzati del 50% gli stipendi regalandosi 161 milioni di prestiti a condizioni di favore. E che una settimana prima di fallire, la Cam aveva girato 200 milioni alla provincia Valenciana gestita da quello stesso Partito Popolare di cui erano espressione i suoi vertici. La magistratura, non a caso, ha aperto inchieste penali su 12 delle 45 casse salvate dallo stato. Al resto, da oggi, penseranno i contribuenti europei.

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