Duro botta e risposta tra lo scrittore e il procuratore di Messina, accusato di aver diffamato Parmaliana con un dossier anonimo. Prossima udienza a Reggio il 14/6

lo scrittore Alfio Caruso

“Ma scusi, lei il libro lo ha letto?”. “No”. “Ecco, allora se lo legga e poi tragga le sue conclusioni”. Botta e risposta tra il giornalista Alfio Caruso e gli avvocati del Procuratore Generale di Messina Franco Cassata durante l’udienza del processo in corso a Reggio Calabria.

Sul banco degli imputati il potente magistrato di origini barcellonesi, accusato di diffamazione pluriaggravata per avere creato con altri complici un falso dossier contro Adolfo Parmaliana dopo la morte di quest’ultimo, nel tentativo di screditarlo e impedire la pubblicazione del libro “Io che da morto vi parlo”, scritto da Caruso.

Durante l’udienza, – come riporta il sito Enrico Di Giacomo. org – Caruso ha tenuto testa al pool di avvocati di Cassata, ribadendo ancora una volta che tutto quello che è stato pubblicato nel libro è il frutto di un’attenta analisi dei documenti e delle azioni di Adolfo Parmaliana, lo scienziato e docente messinese che quando si rese conto di essere vittima di un tentativo di delegittimazione preferì uccidersi, gettandosi nel vuoto da un viadotto della Messina-Palermo dopo avere scritto un’ultima, bellissima straziante lettera alla moglie e ai figli.

“Gli avvocati del Procuratore Generale Cassata -spiega Cettina Merlino Parmaliana, la vedova del professore di chimica- hanno cercato di far passare la tesi che il libro fosse stato scritto su commissione dell’avvocato Fabio Repici, che è il nostro legale. Ma non è così, ovviamente. Quel libro Alfio lo ha scritto di sua volontà, aiutato da me per la parte documentale, solo perché aveva deciso di farlo in maniera autonoma, senza alcuna pressione da parte di chicchessia”.

“Per scongiurarne la pubblicazione del libro -puntualizza Repici- il giudice ha appreso direttamente dall’autore che Cassata tentò di tutto: prima si rivolse al suo amico Melo Freni, poi contattò invano lo scrittore Matteo Collura. Infine, giunto alla disperazione, fece contattare dal suo nipote prediletto (che è anche il suo avvocato) un quasi parente di Alfio Caruso per fare sapere a quest’ultimo che poteva fargli avere documenti fondamentali che gli avrebbero fatto cambiare idea su Parmaliana. In perfetta coincidenza con l’ultima iniziativa di Cassata, Alfio Caruso ricevette proprio il dossier anonimo, che effettivamente conteneva documenti coi quali si tentava di far credere che Adolfo Parmaliana fosse proprio un manigoldo”.

Dossier del quale poi sono state ritrovate più esemplari in una vetrinetta nello studio del Procuratore Generale Cassata. E a ricordare le circostanze in cui il capitano Leandro Piccoli, in servizio presso il Ros dei carabinieri di Reggio Calabria, ha recuperato le copie è sempre l’avvocato Repici.

“Piccoli -spiega- è l’ufficiale che ha espletato quasi per intero le indagini sul dossier anonimo su delega della Procura di Reggio Calabria. Il capitano Piccoli era stato presente al momento clou delle indagini, da cui scaturì l’iscrizione sul registro degli indagati del potente magistrato barcellonese. Era il 17 novembre 2010 e l’ufficiale aveva accompagnato a Messina il PM. titolare delle indagini Federico Perrone Capano, per l’audizione di numerosi cancellieri in servizio presso l’ufficio diretto dal dottor Cassata , che per comodità si sarebbe svolta negli uffici della Procura Generale. Quella mattina il Procuratore Generale di Messina fu molto ospitale con il collega reggino. Dietro suo garbata insistenza, Perrone Capano e il capitano Piccoli ascoltarono i testimoni proprio nella stanza di Cassata, messa a loro disposizione. Quando stavano per completare l’assunzione delle dichiarazioni dell’ultima testimone, il capitano Piccoli si avvide che in una vetrinetta antica collocata in quella stanza era custodita una carpetta con un’annotazione manoscritta che agli occhi del magistrato e dell’ufficiale parve inquietante: “copie esposto Parmaliana”. Appena più giù, la dicitura, sempre manoscritta e ancor più inquietante, “da spedire”.

Perrone Capano e Piccoli, entrambi giovani rappresentanti dello Stato, si trovarono in un’incresciosa situazione, sicuramente inedita nella storia giudiziaria: dovevano sequestrare i documenti custoditi nella stanza di un Procuratore Generale. Federico Perrone Capano telefonò all’allora Procuratore Capo di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, per riferirgli quello che era successo. Pignatone chiamò allora Cassata, che non si trovava più al Palazzo di giustizia, per spiegargli ciò che il suo collega aveva visto e la necessità di procedere al sequestro.

Cassata, è facile immaginare dopo un lungo sospiro e in preda ad un comprensibile magone, telefonò a sua volta al dottor Perrone Capano, segnalandogli che un funzionario di cancelleria di sua fiducia gli avrebbe aperto il mobile, in quel momento chiuso a chiave, consentendo così di prelevare il fascicolo su cui gli inquirenti avevano messo gli occhi. Arrivò allora Franca Ruello, fiduciaria del Procuratore Generale e moglie di Olindo Canali, magistrato storicamente legato al dottor Cassata, con la chiave. La carpetta conteneva quattro copie proprio del dossier anonimo e su due di esse erano attaccati due post-it con l’annotazione manoscritta “Procura ME” e “Procura Reggio C.”.

Si potrebbe pensare che non ci fosse nulla di strano nel fatto che il 17 novembre 2010 l’armadio del Procuratore Generale di Messina contenesse quattro copie del documento anonimo ricevuto dallo stesso Cassata il 21 settembre 2009. Ma le copie contenute in quella cartelletta, a differenza del documento ricevuto ufficialmente, mancavano del timbro dell’ufficio con il numero di protocollo (erano, cioè, copie dell’originale). In quella cartelletta era stato scritto a penna “da spedire” e per sfortuna del dottor Cassata, era proprio la sua grafia quella sulla copertina della carpetta e sui due post-it. Insomma, chiunque può capire perché a quel punto la Procura di Reggio Calabria abbia iscritto Cassata nel registro degli indagati.

La carpetta sequestrata però, conteneva anche tre copie di un altro provvedimento. Un’ordinanza emessa il 7 settembre 2009 dal Gip del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto, con la quale era stata rigettata la richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero Olindo Canali in un procedimento nato da una querela di Adolfo Parmaliana nei confronti dell’avvocato Vito Calabrese, attualmente imputato in due processi al Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto sempre per diffamazione ai danni di Adolfo Parmaliana.

Anche le copie di questo provvedimento non avevano alcun timbro e non erano state protocollate né c’era alcun motivo perché fossero presenti nella stanza del dottor Cassata. Anzi, nel suo armadietto personale. Nel corso della testimonianza, il capitano Piccoli ha spiegato come sono stati acquisiti i tabulati telefonici di numerose utenze utilizzate dal Procuratore Generale e a persone a lui vicine (fra queste, quelle del dottor Canali e della moglie di quest’ultimo) e le risultanze ricavate da quei tabulati. Tra le altre, una circostanza davvero curiosa. Il dottor Canali, magistrato della Repubblica, oltre ad usare un telefono cellulare intestato a sé ne utilizzava anche uno intestato a una signora di Biella. La figura della donna biellese a quel punto attirò l’attenzione degli inquirenti, che accertarono che quella signora il 17 settembre 2009 dalla natia Biella scese in Sicilia, si fermò per tre giorni nei dintorni di Barcellona e rientrò a casa il 20 settembre.

Il giorno successivo la donna si recò a Milano, città da lei solitamente non frequentata e qualche giorno dopo, proprio a Milano, allo scrittore Alfio Caruso è stata recapitata la busta contenente il dossier anonimo. Altra stranezza -conclude Repici- quella delle buste contenenti gli esposti ricevuti dal Procuratore Generale di Messina, dal sindaco di Terme Vigliatore e da Alfio Caruso: tutte affrancate nello stesso modo, ma nessuna con il timbro delle Poste Italiane. Circostanza questa, che ha indotto il capitano Piccoli a riferire al giudice Lucia Spinella, cui è stato affidato il processo, che quelle buste erano state recapitate a mano, senza servizio postale”. Assente al processo il perito calligrafo che dovrà dare spiegazioni sul post-it ritrovato sulle copie.

La prossima udienza è stata fissata per il 14 giugno, quando sarà ascoltato come testimone anche il professor Salvatore Coluccia, vice rettore dell’Università di Torino e amico di Parmaliana, che volle organizzare la presentazione nazionale del libro di Caruso nel proprio ateneo.

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