Una storia che sembrava chiusa è invece ancora attuale. L’ala militare è il passato, adesso la gang preferisce fare affari in silenzio, spara di rado, sfrutta la vecchia cassa. I miliardi accumulati ieri finanziano il crimine di oggi

i volti "storici" della Banda della Magliana

“Roma è ancora in mano alla banda della Magliana. Adesso non spara più ma fa affari importanti”.

Non lo ha detto una persona qualsiasi ma Antonio Mancini, noto come “Nino l’accattone” e come “infame”, uno dei componenti della banda, la più spietata “holding” del crimine che ha seminato il terrore negli anni 70-80 nella capitale sarebbe tuttora viva e vegeta, a distanza di tanto tempo dalla sua fine ufficiale.

Questa inquietante tesi, sostenuta anche da un’inchiesta del giornalista Carlo Bovini di “Repubblica”, viene avvalorata anche da un magistrato, Lucia Lotti e un generale dei carabinieri, Tommasone, che in passato furono protagonisti delle indagini.

Personaggio chiave di questa storia che non finisce mai è Antonio Mancini. È stato un bandito e un assassino e nell’organizzazione criminale romana, tra gli anni ’70 e ’90, sedeva alla destra di Franco Giuseppucci “er Negro” e Maurizio Abbatino, “Crispino”. È diventato un “infame”, un pentito per risparmiare alla figlia adolescente Nefertari quello che è toccato a lui.

Non ha dubbi Mancini nel ritenere che “la Banda della Magliana esiste ancora”. “Ha usato e continua ad usare i soldi di chi è morto e di chi è finito in galera. E non ha più bisogno di sparare. O almeno, di sparare troppo spesso”.

“La banda ha conquistato la piazza e ha incrementato di nuovo i guadagni. Adesso ci sta la manovalanza e quelli che hanno usufruito delle nostre azioni. La cassa, i soldi, li hanno quelli che sono stati solo sfiorati dalle indagini e ne sono venuti fuori alla grande, potendo tranquillamente continuare a fare i loro affari. Io mi chiedo che fine abbiano fatto tutti i soldi, i palazzi, centro commerciali, night club e le attività in mano ai personaggi legati alla banda? Qualcuno è riuscito a sequestrarli? Assistiamo a dei sequestri a tutte le associazioni criminali, alla Mafia, alla ‘Ndrangheta e la Camorra ma non alla banda della Magliana. Come mai?”

Secondo Mancini, ci sarebbero anche i suoi soldi, quelli di Mancini stesso, alle origini della fortuna di Danilo Coppola, finanziere romano implicato nelle vicende dei “furbetti del quartierino” che dominarono le cronache estive di alcuni anni fa. Dice Mancini: “Io non sono uno che farfuglia. Non do opinioni. Dico che quella storia non è finita perché lo so. Basta andare a cercare chi ne è uscito alla grande quindici anni fa. O magari chiedersi come mai i miei soldi di bandito, un miliardo e trecento milioni di lire, sono finiti, come ho saputo, nelle tasche di Danilo Coppola. Prima di andare dentro, avevo affidato quei soldi a Enrico Nicoletti, il cassiere della Banda. E non li ho mai rivisti. Che ci ha fatto Nicoletti con la montagna di miliardi della Banda?”.

Curiosa la storia di Nicoletti. Nel 1990 risultava nullatenente e dichiarava al fisco un reddito annuo di 450 mila lire, e poi ha accumulato beni che la Guardia di Finanza ha stimato in oltre duemila miliardi di lire (1 miliardo di euro), ville, palazzi, supermercati e immobili di ogni genere. Lui dice: “sono soldi puliti, io non c’entro niente con la Magliana”, ed anzi spera di riavere parte di ciò che negli anni gli è stato confiscato.

Nicoletti, a suo tempo compagno di cella di Enrico De Pedis nel carcere di Regina Coeli, oggi, ha 76 anni. Nonostante una condanna definitiva per appartenenza alla Banda (sei anni, ridotti a tre e mezzo nel 2000) e una sentenza di primo grado, nel 2008, a dodici anni di reclusione per associazione a delinquere, estorsione, riciclaggio, continua ad amministrare un fiume di denaro dal salotto della sua villa di Torre Gaia, dove, per un quarto di secolo, si è genuflessa la Roma che conta. Magistrati, avvocati, dirigenti di banca, imprenditori: tutti a disposizione di questo personaggio facoltoso, ed evidentemente ancora molto potente, che anche di recente è tornato all’attenzione delle cronache e nel mirino della giustizia.

Dunque, anche se quel che resta della banda della Magliana non ricorre più abitualmente ai metodi violenti che la resero celebre, anche negli ultimi anni la storia di questo gruppo criminale avrebbe lasciato la sua scia di morti. Dice Mancini: «La banda è tornata a uccidere di recente”. Tra le vittime ci sarebbero Umberto Morzilli, quello del doppio affare immobiliare con Coppola, noto come il “meccanico” di Centocelle e Emidio Salomone di Acilia, altra località alla periferia di Roma.

Lucia Lotti, che per quindici anni ha lavorato come p.m. della Direzione Distrettuale antimafia di Roma. afferma: “Tra la storia di 20 anni fa e quella di oggi esistono delle significative ricorrenze. Ritornano dei cognomi. Si rivede un metodo. Si apprezza una capacità criminale di tenere insieme attori diversi: malavita, camorra, ‘ndrangheta, mafia. Troppo poco per dire che esiste un solo padrone della città, ma abbastanza per pensare che le traiettorie di quel gruppo criminale non si siano esaurite”.

Il generale Tomasone, comandante del Nucleo provinciale dei carabinieri di Roma, ha indagato in passato sulla banda della Magliana e oggi indaga su quel che ne resta: “Immaginare la Banda come 20 anni fa è un errore. Ma è altrettanto un errore dire che non esiste più. I vecchi elementi hanno potuto modificare abitudini, modo d’essere e mutuare i tratti di altre forme di crimine che sulla piazza di Roma sono da sempre: ‘ndrangheta, camorra, mafia”.

La Banda della Magliana non è un pezzo di archeologia giudiziaria, si muove nell’ombra ed è ancora padrona di Roma. La storia, quella più cruenta e di cui tanto – ma non tutto – si è detto e scritto ed anche mostrato in tv, non è una pagina d’archivio ma piuttosto il grande capitolo di un romanzo criminale che continua.

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