Fabio Repici, legale della famiglia Parmaliana nel procedimento giudiziario contro il procuratore di Messina, scrive le sue impressioni al defunto Adolfo

il procuratore Franco Cassata

Prosegue il processo a carico del dr. Antonio Franco Cassata. Come ormai si sa, il Procuratore generale di Messina è imputato innanzi al Giudice di pace di Reggio Calabria per diffamazione aggravata dai motivi abietti di vendetta in danno del prof. Adolfo Parmaliana, commessa con l’invio allo scrittore Alfio Caruso, al senatore Giuseppe Lumia, al sindaco di Terme Vigliatore e allo stesso Procuratore generale di un dossier anonimo contro il defunto politico e docente, suicidatosi a Patti, 2 ottobre 2008.

Al prof. Parmaliana scrive ed invia idealmente queste sue impressioni – pubblicate sul sito dell’europarlamentare Sonia Alfano – l’avv. Fabio Repici, che al processo è difensore proprio della famiglia Parmaliana.  

“Caro Adolfo, oggi avverto la necessità di rivolgere direttamente a te queste “impressioni d’udienza” dal processo a carico del dr. Antonio Franco Cassata, unico Procuratore generale d’Italia imputato, incriminato per il delitto di diffamazione pluriaggravata ai tuoi danni, commessa con un ripugnante dossier anonimo, divulgato a quasi un anno dalla tua morte nel tentativo di impedire la pubblicazione della tua biografia, “Io che da morto vi parlo”, scritta da Alfio Caruso. Mi rivolgo a te perché oggi il mio umore a questo mi porta e perché forse il fatto che ti scriva mentre mi trovo a bordo di un aereo a diecimila metri di altezza mi offre l’illusione di esserti più vicino.

Ti scrivo anche per confessarti il mio senso di inadeguatezza. L’avevo già avvertito quando avevo avuto conoscenza della tua ultima lettera, con la quale mi avevi affidato l’onere spirituale, da condividere con altre quattro persone, di ricordare al mondo quello che avevi detto, quello che avevi fatto, le aggressioni che avevi subito dal marciume istituzionale e sociale che dominava come una cappa asfissiante il nostro territorio e decideva perfino i destini delle persone, le delusioni che avevi dovuto puntualmente inghiottire all’esito di ognuna delle tue battaglie, tutte puntualmente giuste e tutte puntualmente perse, che facevano di te e della tua storia quasi l’incarnazione del generale Aureliano Buendìa.

Era un senso di inadeguatezza morale: come potevo io rappresentare, per la mia parte, in modo anche solo lontanamente verosimile, la limpidezza delle tue azioni, rese vane da quella “giustizia messinese-barcellonese” di cui hai scritto appena prima di lasciarci?

Eppure, mi feci forte della tua forza e provai ad affermare le tue ragioni in ogni sede possibile. Ci furono gli sciacalli – li potremmo indicare nominativamente uno per uno, vero? – che mi accusarono, occultando perfino le parole della tua ultima lettera, di strumentalizzare il tuo cadavere. Tirai dritto, facendomi forte della tua forza.

Tu probabilmente (anzi, ne sono certo) avevi previsto tutto. E avevi previsto perfino che l’odio accecante che in tanti ti avevano donato quand’eri vivo avrebbe raggiunto consistenza insuperabile dopo la tua morte. Del resto, come oggi Alfio Caruso ha ricordato al Giudice del processo a carico di Cassata, lucidamente avevi fatto la tua scelta estrema perché avevi capito che occorreva il tuo cadavere per affermare verità e giustizia.

So che avevi previsto che pure i cinque esecutori del tuo testamento morale avrebbero calamitato sulle proprie persone quell’astio. Certo, non avevi previsto che un giorno le copie originali di quel putrido dossier anonimo sarebbero state sequestrate dal Procuratore di Reggio Calabria nella vetrinetta del dr. Cassata e che da lì sarebbe nato il processo di oggi. In quel processo l’imputato è il più potente magistrato del distretto di Messina: eppure, oggi i suoi difensori sembravano voler processare te e tutti coloro che hanno fatto qualcosa per ricordarti al mondo da quel triste 2 ottobre 2008. L’altro imputato, in quella imprevedibile prospettazione difensiva, è stato il libro “Io che da morto vi parlo”.

Per scongiurarne la pubblicazione – il Giudice ha appreso oggi dal suo autore – Cassata tentò di tutto: prima si rivolse al suo amico Melo Freni; poi contattò invano lo scrittore Matteo Collura; infine, giunto alla disperazione, fece contattare dal suo nipote prediletto (che è anche il suo avvocato) un quasi parente di Alfio Caruso per fare sapere a quest’ultimo che poteva fargli avere documenti fondamentali che gli avrebbero fatto cambiare idea su di te. Cassata disse che tu eri un poco di buono. In perfetta coincidenza con l’ultima iniziativa di Cassata (tu guarda le coincidenze!), Alfio Caruso riceveva proprio il dossier anonimo, che effettivamente conteneva documenti coi quali si tentava di far credere che tu fossi proprio un manigoldo. Già. Uno di quei documenti proveniva inequivocabilmente dall’ufficio del dr. Cassata. L’anonimista è stato proprio distratto, come può capitare solo nella terra delle decennali impunità.

Caro Adolfo, solo con la tua morte quelle impunità hanno cominciato a vacillare. E infatti nemmeno tu forse prevedevi che appena due anni dopo la tua morte il magistrato Olindo Canali venisse condannato a Reggio Calabria o che Cassata fosse trascinato dal Procuratore Pignatone sul banco degli imputati. Tanto altro c’è ancora da fare per igienizzare l’aria a Terme Vigliatore e in provincia di Messina, a partire dalla condanna di Cassata per quel documento abietto.

E vedremo ancora tanta melma lanciata, direttamente o indirettamente, contro il tuo cadavere. Ti prometto per l’ennesima volta, facendomi forte della tua forza nel superare quel complesso di inadeguatezza, che quella melma finirà meritatamente sui legittimi titolari: gli sciacalli contro cui hai lottato e i loro devotissimi e penosi servitori”.

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