Il procuratore Palazzi chiede 4 anni di squalifica per il bomber taorminese: mano pesante senza prove di reato e Gazzetta dello Sport lo scambia col pentito Carobbio. “Vicenda allucinante, grande amarezza. Brutta cosa”

Gazzetta dello Sport scambia Nassi con Carobbio

Quattro anni di squalifica per l’attaccante taorminese dell’Alessandria, Maurizio Nassi. Questa l’incredibile richiesta del procuratore Federale, Stefano Palazzi, nell’ambito del processo sportivo sul Calcioscommesse.

Nassi è finito nel mirino della Procura con l’accusa di aver contribuito ad alterare il risultato di Ancona-Albinoleffe del 17 gennaio 2009 e Ancona-Mantova del 30 maggio 2010, quando vestiva le maglie di Ancona e Mantova.

A dir poco sorprendente e amaro l’andamento sinora della vicenda giudiziaria. In apertura del Processo a Roma, il 31 maggio, gran parte dei 61 tesserati e dei 22 club indagati hanno chiesto il patteggiamento ottenendo sulla base di un’ammissione di colpevolezza condanne a dir poco irrisorie, con addirittura pochi mesi di squalifica per i calciatori e qualche punto di penalizzazione per le società. Eloquente il momento in cui in aula una persona che siedeva tra il pubblico (a quanto pare un tesserato della Nocerina) ha gridato: “state legalizzando l’illegalità”. 

Tra i pochi che non hanno voluto optare per il patteggiamento e che invece, ritenendosi estranei ai fatti contestati e la cui scelta è stata quindi di andare a giudizio, c’era anche Maurizio Nassi. Venerdì pomeriggio Palazzi, dopo aver graziato i rei confessi, ha adottato la linea dura verso chi non ci stava a farsi infangare sulla base di un impianto accusatorio fragile come un castello di sabbia.

Contro Nassi non esi una sola intercettazione compromettente, non ci sono possibili o probabili proventi di scommesse sul suo conto in banca, solo l’accusa di un suo ex compagno di squadra alla quale non fanno seguito elementi e riscontri concreti. Ma per Palazzi poco importa se non ci sono prove: Nassi evidentemente è uno di quelli che va infangato e deve pagare con una condanna esemplare, al posto di quei mascalzoni che colpevoli lo erano senza dubbio e che hanno infatti confessato ottenendo in cambio una pena ridicola.    

E’ evidente che qualcosa non torna in questo processo che assomiglia già ad una farsa. Ci sarebbe da sorridere se non fosse che qui si sta giocando con l’onorabilità delle persone e la vita di chi viene massacrato, sotto il profilo non solo sportivo e disciplinare ma soprattutto nell’immagine di persona pulita che ad un tratto diventa invece quella del corrotto.

Facciamo un esempio eloquente per capire come il caso Nassi sia, a suo modo, simbolo del processo senza capo nè coda in atto a Roma.

Palazzi ha chiesto una squalifica di due anni per Cristiano Doni, che si vanno a sommare ai 3 anni e 6 mesi di stop che gli erano stati inflitti nel processo sportivo seguito al primo filone d’indagine della procura di Cremona. Insomma 5 anni a Doni, contro il quale sono state trovate prove inoppugnabili e che ha confessato di aver truccato diverse partite e che in pratica molte altre ne ha alterato, avendo persino ammesso che scommetteva sin da prima dei Mondiali del 2002.

Cinque anni a Doni, che benchè stracolpevole non viene nemmeno radiato, e quattro anni a Nassi senza che ad oggi sia emerso uno stralcio di prova. Quasi lo stesso metro di valutazione per situazioni lontane anni luce. Un paragone che stride con la realtà dei fatti, mortifica la giustizia ed oltre che ledere l’immagine di chi è parte in causa, appare una presa in giro per tutti gli sportivi che assistono ad uno scenario schizzofrenico. E’ il giustizialismo del due pesi e due misure e della condanna sparando nel mucchio.

Vale per Nassi come per altri che rischiano di trovarsi nella medesima posizione: non vorremmo che il procuratore Palazzi si faccia distrarre dall’eco dei mass media e delle telecamere, perchè il confine tra giustizialismo e protagonismo a volte si fa molto sottile. E qualche anno fa lo stesso si dovette dire di un altro magistrato, Raffaele Guariniello, quando in nome della Procura di Torino iniziò ad indagare sul doping per poi aprire fascicoli a raffica, in lungo e largo, su chissà quante altre ipotesi di reato. Un condensato inopportuno di tanta ribalta mediatica e troppe pagine di giornali con titoloni.  

Per Nassi, che in un’intervista a Blogtaormina poche settimane fa ha rivendicato la sua innocenza, oltre al danno anche la beffa  

“Il grande accusatore”, così la Gazzetta dello Sport titolava ieri alludendo a Filippo Carobbio. Peccato che in prima pagina sia finita al posto del vero Carobbio la foto di Nassi.

Un misunderstanding che, ovviamente, non ha lasciato indifferente il diretto interessato, che ha mostrato rabbia e altrettanta amarezza. “Ci sono rimasto male, è una cosa allucinante – tuona Nassi – Ora cercheremo di fare le dovute rettifiche. La vicenda è brutta, troppo mediatica. Non appare la mia faccia in modo pulito, questi errori non si devono fare. La Gazzetta si vede a livello nazionale, ho parlato con chi di dovere che penserà a chiarire l’equivoco. Ci penserà il mio avvocato. Non è una bella cosa”.

Nassi ribadisce di sentirsi perseguito per un reato mai commesse. “Ci sono tante persone che magari non c’entrano niente e sono dentro un vortice. E’ una brutta vicenda, preferisco però al momento non espormi nè aggiungere altro perché c’è un processo di mezzo. Bisogna aspettare, ma sicuramente non è una bella cosa. Ci tengo a dire che sono sempre stato, sono e sarò sempre una persona pulita”.

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