Unione europea avverte i Paesi della comunità di non restare con le mani in mano di fronte al flop ellenico

la Grecia esce dall'Euro e l'Ue trema

Borse europee in picchiata – con Piazza Affari che risulta la peggiore e perde alla fine il 3,7% – e spread in risalita a 428 nel giorno in cui trapelano indiscrezioni sul “rischio Grecia” dai tecnici dell’Eurogruppo.

Secondo quanto riferito da alcuni funzionari all’agenzia Reuters, ciascun Paese dell’Eurozona deve fin d’ora preparare un piano per valutare il potenziale impatto dell’eventuale uscita della Grecia dall’euro. E’ questo il senso dell’intesa raggiunta, nel corso di una teleconferenza svoltasi lunedì scorso tra i componenti della squadra di lavoro costituita nell’ambito dell’Eurogruppo davanti alla possibilità, sempre più concreta, che la Grecia esca dall’euro. Un’eventualità, questa, legata all’esito delle prossime elezioni greche del 17 giugno.

I piani nazionali serviranno, secondo le fonti interpellate, a dettagliare il costo per ogni singolo Paese di un addio di Atene alla moneta unica, anche se sarà sicuramente la Grecia a dover pagare il prezzo più alto. In ogni caso, per preparare la strada a un eventuale “divorzio consensuale” viene ipotizzata la concessione di altri 50 miliardi di euro ad Atene da parte della Ue e del Fmi. Secondo i documenti e le indicazioni raccolte dalla Reuters, l’impatto che l’uscita della Grecia dall’euro potrebbe avere sui Paesi già sotto la lente dei mercati è stato finora sottostimato.

Sulla parola d’ordine, rilanciare la crescita, sono tutti ormai d’accordo. Compresa, seppur con tanti distinguo, la Germania di Angela Merkel, messa all’angolo dal pressing arrivato anche dagli Usa e dal G8. Ma ora le parole devono essere tradotte in fatti, in quelle piste concrete sollecitate a Camp David anche dal premier Mario Monti, che l’Europa deve iniziare a delineare, in vista del prossimo consiglio europeo di fine giugno. Primo appuntamento è quello di stasera a cena, al Consiglio straordinario Ue, per iniziare a tracciare il cammino.

Le proposte, per riempire di “fatti”ì il pacchetto pro-crescita, dovrebbero passare attraverso una serie di misure che vanno dal varo dei project bond alla ricapitalizzazione della Bei, al possibile uso dei fondi strutturali non utilizzati. Senza dimenticare la possibilità – fortemente auspicata da Roma – della “goden rule”. Ma anche riaprendo il dibattito – voluto dalla Francia ma anche dall’Italia cui si oppone strenuamente Berlino – sugli eurobond. Senza dimenticare una riflessione sulla politica della Bce che – secondo molti – dovrebbe usare la leva dei tassi (già all’1%) e su quella Tobin Tax che – incassato il via libera del Parlamento Ue – secondo stime, frutterebbe intorno ai 55 miliardi. Ecco in sintesi i principali punti.

 Di certo c’è che il fiscal compact andrà integrato con la crescita. Ma sul tavolo c’è anche la possibilità di valutare uno slittamento dei tempi per il famoso parametro del 3% nel rapporto deficit-Pil che, anche alla luce della recessione, sembra per alcuni paesi un miraggio. L’idea sarebbe quella di farlo slittare di un anno, al 2014. Lasciando fermo l’obbligo di pareggio di bilancio, uno dei cardini del Fiscal compact.

Quella di ricapitalizzare la Bei, attraverso cui dovrebbe passare anche la creazione dei project bond, è un’idea da tempo sul tavolo della Commissione. Più volte rilanciata dal presidente Jose Manuel Barroso, che invita i governi a trovare un accordo, l’idea è trovare 10 miliardi: somma in grado di liberare prestiti per 60 miliardi in 3 anni, con un effetto volano sugli investimenti in Europa stimato fino a 200 miliardi.

Golden rule – L’ipotesi di scorporare dal calcolo del deficit le spese destinate agli investimenti produttivi è certamente uno dei cavalli di battaglia italiani, sul quale il premier Mario Monti insiste da sempre avanzando anche la possibilità di scorporare, oltre agli investimenti, anche alcune spese della PA. Una posizione che nasce dalla convinzione che la “regola d’oro” non significhi allentare le maglie del necessario rigore (preoccupazione molto sentita a Berlino che teme che questa misura possa far perdere il controllo in alcuni paesi) ma evitare che politiche troppo stringenti di bilancio finiscano per imbrigliare eccessivamente le politiche di spesa, anche quelle come gli investimenti nelle grandi infrastrutture (reti transeuropee comprese) che possono generare la crescita.

Project bond – Uno strumento destinato a rilanciare le grandi opere pubbliche e ridare dare slancio all’economia. Si tratta di emissioni obbligazionarie – su cui ieri Parlamento europeo e Consiglio hanno trovato un primo accordo politico per un progetto pilota da 230 milioni in grado di mobilitare 4,6 miliardi di euro di investimenti privati – destinate a finanziare le grandi infrastrutture, da quelle di trasporto a quelle energetiche passando per quelle digitali, su cui l’Ue si confronta da tempo. Sul tavolo ci sarebbe l’idea di affidare alla Bei le emissioni (garantite dall’opera). Un primo passo – quello dei project bond, rilanciati spesso da Monti – anche verso una possibile evoluzione verso gli eurobond.

Eurobond – L’emissione di obbligazioni sul debito pubblico dei Paesi dell’eurozona – la cui solvibilità sia garantita congiuntamente dagli stessi Paesi di Eurolandia – è uno dei nodi più controversi su cui si registra il secco, e reiterato, “no” di Berlino, che considera l’ipotesi solo nella lunga prospettiva. L’idea è pienamente appoggiata dal Pe che intanto ha dato il suo sostegno al “redemption fund”, ovvero un meccanismo di garanzia collegiale per la parte dei debiti che eccedono la quota del 60% del Pil.

© Riproduzione Riservata

Commenti