Il 23 maggio 1992 l’attentato al magistrato. La Mafia ha agito: ma i mandanti di Capaci restano ancora occulti

Giovanni Falcone

Esattamente 20 anni fa la strage di Capaci rubava la vita al magistrato Giovanni Falcone e alla sua scorta.

Il giudice Giovanni Falcone, un uomo che ha sacrificato la sua vita per la lotta alla mafia, un uomo che aveva capito per primo che nessuno sarebbe stato in grado di sconfiggerla da solo, e proprio per questo si era servito di rapporti di stretta collaborazione con gli Stati Uniti per continuare la sua battaglia.

Falcone è diventato l’icona della legalità, della lotta per affermare valori di forza e di giustizia, ha concluso la sua corsa, in una lotta certamente impari, dura, spietata; una lotta non conclusa, di cui ha passato il testimone a tutti noi, dopo averci indicato la via giusta da seguire per poterla vincere.

Il magistrato aveva capito che non era sufficiente effettuare singoli arresti per colpire a fondo Cosa Nostra, ma che andava incastrata seguendo delle indagini sia patrimoniali che bancarie.

Una scoperta che pagò con la vita, su un tratto di autostrada che esplose al suo passaggio togliendogli la vita e la possibilità di continuare la sua battaglia; la sua morte, e quella della sua scorta, giovani poliziotti che avevano il compito di proteggere la vita al giudice Falcone, che fece ammutolire l’Italia, facendola sprofondare in un profondo cordoglio, ma allo stesso tempo facendo capire che Falcone aveva colto nel segno, che la strada imboccata dalle sue indagini era quella giusta.

Nel 1992 la mafia uccideva, sparava, metteva bombe, faceva rumore; oggi non più, oggi la mafia non è più in Sicilia, ora la mafia è ovunque ma è diventata silenziosa, non si fa notare forse perchè si è nascosta dove era più logico che facesse: nel nostro sistema politico.

“Politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio: o si fanno la guerra o si mettono d’accordo“ da “I complici” di Lirio Abbate e Peter Gomez.

La stessa tesi è sostenuta da Roberto Saviano, lo scrittore del libro Gomorra, che è oggi diventato lui stesso un’icona della lotta alla mafia, che è stato in grado di superare l’omertà per denunciare nel suo libro quello che nessuno aveva mai osato dire, ipotecandosi l’esistenza e confinandosi ad una vita sotto scorta.

Saviano ha ricordato così il giorno della Morte di Falcone “Ricordo solo che stavo in cucina, che la televisione era accesa e che mia zia d’improvviso si mise davanti alla tv. La coprì tutta con la sua schiena. Noi bambini non capivamo perché non volesse vedere, non capivamo perché volesse oscurare tutto. I bambini del Sud cresciuti negli anni ’80-’90 con faide di mafia, tensioni continue in strada e in casa, polizia e posti di blocco, sanno contenere le domande. Sarebbe stato naturale puntare il ditino verso lo schermo e chiedere spiegazioni. Noi no. Non chiedevamo, sentivamo che era accaduta la solita cosa, quella che quando accadeva se chiedevi qualcosa ti guardavano storto e chiudevano con “Niente, niente””.

“Fuori – continua Saviano – sentivo che tutte le case dei vicini avevano la tv accesa… Il Tg3 confermò l’attentato. C’era una donna con i capelli corti che ne parlava da Palermo e ogni tanto si vedevano immagini incredibili: cemento e terra divelta. Lamiere e tante persone che si aggiravano come in trance tra le macerie. Capii che avevano ucciso un giudice e dei poliziotti. Mi feci coraggio e smisi la regola del bimbo di paese che non deve mai fare domande sul sangue e sui morti ammazzati. Riuscii finalmente ad alzarmi e chiesi: perché?”

23 maggio 1992 una data che difficilmente riuscirò a dimenticare, la data del mio diciottesimo compleanno, la data in cui Giovanni Falcone diede la vita per un Italia più pulita e più giusta: facciamo in modo che la sua morte non sia stata inutile, continuiamo la sua lotta cacciando Cosa Nostra dal potere, perchè è lì che si annida e colpisce senza farsi vedere.

“Chi tace e chi piega la testa muore ogni volta che lo fa, chi parla e chi cammina a testa alta muore una volta sola”

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