L’ex rettore di S. Apollinare indagato per il sequestro Orlandi e un boss sepolto in chiesa. La Chiesa mente e depista dal 1983: il Papa dica la verità e lasci la carica

Joseph Ratzinger

Una vergogna lunga 29 anni. La svolta adesso si affaccia all’orizzonte. Stiamo parlando del mistero di Emanuela Orlandi, la giovane cittadina vaticana scomparsa il 22 giugno 1983 e da allora mai più ritrovata.

E’ ormai chiaro che la verità di quel sequestro si cela proprio tra le mura della Santa Sede.

La ragazza fu sequestrata, verosimilmente, dal boss Enrico De Pedis, capo della Banda della Maglianae anche su questo punto le certezze a tanti anni di distanza cominciano ad emergere e rafforzarsi.

E’ di queste ore la notizia che Don Pietro Vergari, ex rettore della Basilica di Sant’Apollinare, cioè della chiesa dove fu sepolto De Pedis, è indagato dalla Procura di Roma per concorso nel sequestro di Emanuela Orlandi. Proprio l’iscrizione nel registro degli indagati di don Vergari scrive il punto esclamativo sull’ignobile silenzio nel quale il Vaticano ha deciso di trincerarsi in tutti questi anni.

Un silenzio, che comunque siano andate le cose quel 22 luglio, è intriso evidentemente di complicità e connivenza a vario titolo e vari livelli con il reato di sequestro di persona.

A collegare la scomparsa della Orlandi con De Pedis fu una telefonata giunta nel settembre 2005 alla redazione della trasmissione “Chi l’ha visto?”: “Riguardo al fatto di Emanuela Orlandi – disse – per trovare la soluzione del caso, andate a vedere chi è sepolto nella cripta della Basilica di Sant’Apollinare e del favore che Renatino fece al cardinal Poletti, all’epoca”. In questi giorni quella tomba di un boss incredibilmente posta in una chiesa, è stata aperta ed è stato ancora scoperto un ossario dove potrebbero trovarsi i resti di Emanuela.

De Pedis fu ucciso il 2 febbraio 1990 in un regolamento di conti a Campo dè Fiori. Sepolto inizialmente al cimitero del Verano in una tomba della famiglia della vedova Carla di Giovanni, questa poi riuscì a farne tumulare la salma a Sant’Apollinare grazie al via libera dell’allora arcivescovo vicario di Roma, Ugo Poletti, ottenuto anche in relazione ad una dichiarazione scritta proprio di monsignor Vergari: “Si attesta che il signor Enrico De Pedis nato in Roma – Trastevere il 15/05/1954 e deceduto in Roma il 2/2/1990, è stato un grande benefattore dei poveri che frequentano la Basilica e ha aiutato concretamente tante iniziative di bene che sono state patrocinate in questi ultimi tempi, sia di carattere religioso che sociale. Ha dato particolari contributi per aiutare i giovani, interessandosi in particolare per la loro formazione cristiana e umana”.

Nel sito internet del monsignore si legge: “Tra le più belle esperienze della mia vita sacerdotale in Roma mi è stata carissima quella della visita alle carceri di Regina Coeli. Tra le centinaia di persone incontrate dei più diversi stati sociali, parlavamo di cose religiose o di attualità; Enrico De Pedis veniva come tutti gli altri, e fuori dal carcere, ci siamo visti più volte: normalmente nella chiesa di cui ero rettore, sapendo i miei orari e altre volte fuori, per caso. Mai ho veduto o saputo nulla dei suoi rapporti con gli altri, tranne la conoscenza dei suoi familiari. Aveva il passaporto per poter andare liberamente all’estero”.

“Mi ha aiutato molto per preparare le mense che organizzavo per i poveri – prosegue -. Quando seppi dalla televisione della sua morte in via del Pellegrino, ne restai meravigliato e dispiacente. Qualche tempo dopo la sua morte i familiari mi chiesero, per ritrovare un po’ di serenità, poiché la stampa aveva parlato del caso e da vivo aveva espresso loro il desiderio di essere un giorno sepolto in una delle antiche camere mortuarie, abbandonate da oltre cento anni, nei sotterranei di S. Apollinare, di realizzare questo suo desiderio. Furono chiesti i dovuti permessi religiosi e civili, fu restaurata una delle camere e vi fu deposto. Anche in questa circostanza doveva essere valido come sempre, il solenne principio dei Romani “Parce sepulto”: perdona se c’è da perdonare a chi è morto e sepolto. Restammo d’accordo con i familiari che la visita alla cappella funeraria era riservata ai più stretti congiunti. Questo fu osservato scrupolosamente per tutto il tempo in cui sono rimasto rettore, fino al 1991″.

Ed ancora: che dire persino di un tentativo di “comprare” il silenzio della famiglia Orlandi, per farla desistere dalle ricerche. “Hai già avuto un lavoro, non ti basta?” Questo ha detto di recente un cardinale apostrofa Pietro Orlandi, fratello di Emanuela, che chiedeva al Vaticano maggiore collaborazione sulla vicenda.

I fatti si commentano da soli e sono più ostinati delle parole. Comprese quelle di un qualsiasi prete a messa. C’è una ragazza rapita e mai più ritrovata, il capo della banda della Magliana che viene sepolto in una Basilica e lì si trova da 22 anni, un monsignore indagato per concorso nel sequestro.

Sono in molti ad essersi convinti, insomma, che la Chiesa faceva affari con la Banda della Magliana. Non spetta a noi dire se le cose stessero così ed è un compito che riguarda la magistratura ma una cosa è certa: qualcuno in Vaticano sa tutto su Emanuela Orlandi, sin dal primo giorno, ma non parla.  

L’attuale Papa che fa? Resta in silenzio, come se nulla sia accaduto e niente di questo polverone possa riguardarlo o scalfirlo. Il sacro rituale del casto e puro “finto tonto”, tuttavia, è una favoletta che ha fatto il suo tempo.

Joseph Ratzinger, già cardinale e braccio destro di Carol Wojtyla (il quale “stranamente” parlò di sequestro di Emanuela sin dal suo primo appello…), e oggi capo della Chiesa romana, non può illudersi di continuare a far finta di niente di fronte alla gravità dei fatti in oggetto. Deve assumersi le sue responsabilità: volente o nolente.

Il caso Orlandi non è neppure il primo scandalo che investe la cosiddetta “Santa Sede” e probabilmente non sarà l’ultimo. Ma è certamente il punto esclamativo e la pietra tombale sulle bugie di un sistema di potere che predica ai fedeli solidarietà verso il prossimo mentre consente che quel prossimo venga sequestrato, probabilmente ucciso e poi tace sui fatti per 30 anni.

Ratzinger c’era ai tempi di Giovanni Paolo II e adesso è Papa. Il sommo rappresentante terreno di Dio, nonchè capo di Stato, vuole reiterare – insieme ai suoi ministri – l’atteggiamento evasivo e mistificatorio sul sequestro Orlandi? Tiri fuori un briciolo di dignità se ancora ne ha – come ci auguriamo – e dica la verità o la faccia sapere tramite i suoi collaboratori. C’è una famiglia che ha il diritto di conoscere come sono andati i fatti e a quale destino è andato incontro una ragazza di 15 anni.

Il muro invalicabile delle bugie e dei depistaggi si sta sgretolando. Questa Chiesa speculatrice e sprezzante della sua essenza originaria è un copione sbiadito che non incanta più.

Ratzinger faccia luce sul caso Orlandi e poi rassegni le dimissioni. Un Papa vecchio e stanco non può ostinarsi a portare avanti attraverso la menzogna una pseudo-missione cattolica che da troppi anni mortifica il vero senso della parola del Signore. Il Vangelo era una cosa, le logiche vaticane di potere sono tutta un’altra storia.

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