Appropriazione indebita. Senatur e Belsito avrebbero sottratto una “paghetta” di 5 mila euro mensili, nel periodo dal 2008 al 2011, per darla a Renzo e Riccardo

Umberto Bossi ancora nei guai

Umberto Bossi è indagato per truffa ai danni dello Stato pari a 18 milioni nell’ambito dell’inchiesta sulle presunte distrazioni dei fondi della Lega. Sono indagati anche i suoi figli Renzo e Riccardo, per l’ipotesi di appropriazione indebita in concorso con l’ex tesoriere Belsito.

I due avrebbero percepito una sorta di “paghetta”, intorno ai 5mila euro mensili, nel periodo dal 2008 al 2011, che si andrebbe ad aggiungere ad altre spese per automobili, multe e cartelle esattoriali, che sarebbero state saldate, secondo l’ipotesi accusatoria, con soldi dei rimborsi elettorali del Carroccio. Denaro che sarebbe stato versato ai due giovani direttamente da Belsito e di cui Umberto Bossi, sempre secondo le indagini, sarebbe stato a conoscenza.

Nel mirino anche il senatore del Carroccio Piergiorgio Stiffoni con l’ipotesi di peculato in relazione ai fondi del gruppo senatoriale della Lega che avrebbe utilizzato per scopi personali. Il quinto iscritto nel registro degli indagati è, Paolo Scala con l’ipotesi di riciclaggio. Gli inquirenti stanno valutando anche la posizione di altre persone, tra cui la vicepresidente del Senato Rosi Mauro ed Emanuela Marrone, seconda e attuale moglie di Bossi. Stanno svolgendo verifiche e accertamenti sulle uscite in favore del Sindacato padano e della scuola Bosina fondata a Varese dalla Marrone. Al momento né la Mauro né la Marrone risultano iscritte nel registro degli indagati.

Per l’iscrizione di Bossi sarebbero state determinanti le dichiarazioni rilasciate in più occasioni ai magistrati dalla segretaria amministrativa della Lega, Nadia Dagrada, relative al fatto che Umberto Bossi, in qualità di segretario federale, firmava i rendiconti del partito. In pratica, secondo l’accusa, la gestione piuttosto disinvolta di Belsito era un dato noto a chi firmava le carte. In particolare, l’informazione di garanzia che gli è stata notificata, è relativa ai rimborsi elettorali del 2010. “Si tratta di un atto di garanzia” sottolineano i magistrati, spiegando che ora verranno svolti ulteriori approfondimenti tesi ad accertare se effettivamente il denaro parte dei rimborsi elettorali sia stato utilizzato per fini personali dagli altri indagati.

Per la presunta gestione illecita dei rimborsi elettorali del 2010 pari a 18 milioni versati alla Lega nel 2011, il Senatur è chiamato a rispondere in qualità di legale rappresentante del partito, che firma i rendiconti che avviano l’iter dell’erogazione dei rimborsi. A differenza dei suoi figli Riccardo e Renzo, nei confronti di Umberto Bossi i magistrati non ipotizzano una distrazione di denaro a fini personali. In pratica, secondo l’accusa, Bossi risponde come segretario federale che redige i conti ed emergerebbe una sua consapevolezza sull’inesattezza dei conti che gli sottoponeva l’allora tesoriere Belsito.

Sull’iscrizione nel registro di Stiffoni, l’inchiesta è stata trasferita dai Pm milanesi alla procura di Roma, che è già stata già informata. Secondo l’accusa il 64enne, che il 27 aprile scorso si era dimesso dalla carica di segretario amministrativo del gruppo della Lega al Senato e, tre giorni dopo, era stato espulso dal partito, avrebbe prelevato denaro per uso personale dai fondi destinati al suo gruppo, distraendoli quindi dalle finalità pubbliche. Il reato di peculato contestato al senatore, si sarebbe dunque consumato a Roma, “in data anteriore e prossima al 31 gennaio 2012”.

Dal canto suo, Roberto Maroni, ha scritto su Facebook questa mattina intorno alle 9:30: “Voglio una Lega unita, voglio una Lega forte, voglio una Lega viva. Una Lega che si concentra sulle cose da fare e non sulle menate interne, che progetta e governa, che dà risposte. Largo ai giovani e a chi è capace. Per faccendieri, ladri e ciarlatani non c’è posto nella Lega del futuro”.

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