Racconto di un’esperienza vissuta a 24 ore di distanza dal giorno più bello all’Università di Pisa. Una società di Lucca è alla ricerca di addetti a “promozione servizi per grandi brand internazionali”. Ma la verità è ben altra

truffe all'italiana nei colloqui di lavoro

Credo che valga la pena raccontare il mio primo colloquio da neolaureata. Non perché sia stato qualcosa di eccezionale, e tanto meno di unico. Colloqui così, purtroppo, sono ormai all’ordine del giorno, ed è proprio per questo che voglio condividere la mia esperienza con i lettori di Blogtaormina: in modo da sentirsi bene soli.

Dicono mal comune mezzo gaudio, ecco con questo articolo potrà forse strappare una risata a chi, come me, giovane, senza esperienza, laureato o diplomato, si è trovato a dover sostenere un colloquio di lavoro truffa.

Tutto è iniziato il 9 mattina. Anzi, tutto è cominciato l’8 mattina, alle nove e venti, quando un professore di Economia aziendale della facoltà di Economia di Pisa mi ha stretto la mano dopo avermi definito laureata in Economia con cento decimi (non immaginate la gioia, nel sentire quel cento, tondo tondo, ottenuto in soli cinque semestri).

Bene, dopo poco più di 24 ore da quella stretta di mano, oserei dire importantissima, il mio cellulare suona: numero sconosciuto.

Rispondo titubante –dubito sempre dei numeri sconosciuti – : una gentile signorina mi dice che la sua direttrice ha visto il mio curriculum, vorrebbe che sostenessi un colloquio presso la loro azienda – dice il nome velocemente, purtroppo non riesco a capirlo – e che però necessitano personale con disponibilità da subito. Penso, un miracolo! Nemmeno 30 ore sono trascorse dalla laurea ed è già il momento del primo colloquio. Ancora stordita dalla festa di laurea accetto e fisso un appuntamento per le 10 del giorno dopo.

Il giorno seguente giunge così il fatidico momento del colloquio. La società si trova fuori Lucca – altro miracolo, penso io – e la segretaria mi accoglie gentilmente. Poco dopo il mio arrivo, una donna di nemmeno 40 anni mi chiede di seguirla nel suo ufficio. Inizia a parlarmi di pratiche che dovrò svolgere, usa termini tecnici, parla di report, di comunicazione e gestione cliente.

Storce la bocca quando parlo di “laurea specialistica ad ottobre”, perché mi vogliono in ufficio. Sono commossa, incredula. Non apro bocca però, la signorina continua a parlare: senza che io dica nulla – a parte appunto un accenno alla mia gioia di aver trovato un lavoro pertinente al mio corso di studi – mi dice che l’indomani (ovvero oggi…) avrei dovuto fare la giornata di “osservazione” : guardare un loro impiegato lavorare in ufficio, e poi, a fine giornata, se fossi sembrata loro sveglia, mi avrebbero assunta. Ore 18,30 avrei saputo se ero presa o meno, avremmo parlato di retribuzione ed orari.
Quasi commossa esco, e saluto dicendo a domani.

Sono sincera, l’entusiasmo è durato più o meno 5 minuti. Non ho fatto in tempo a scendere di macchina una volta a casa che ho cercato il sito dell’azienda. Non vi dico cosa ho trovato, perché non voglio influenzarvi nella lettura. Dico solo che tante cose mi sono state molto chiare: il paese dei balocchi è sempre una fregatura mi sono detta, e con questa consapevolezza ho però deciso di recarmi al colloquio.

Ore 8,15, sono davanti all’edificio dove è ubicato l’ufficio della società. Un uomo in giacca e cravatta (e due occhiaie non indifferenti aggiungerei) mi sta aspettando.

“Lei è per la giornata di osservazione, vero?”
“Sì.” E mi avvicino, stringendogli la mano. Mi fa cenno di seguirlo. Facciamo due passi (dico due…!) e dal fuori dell’edificio inizio a sentire la musica a palla -al punto erano massimo le 8.17- : Eros Ramazzotti a un volume che non sto a specificare -sembrava fosse l’happy hour del sabato sera- che cantava “Un’altra te”.

“State facendo una festa?” chiedo scherzosa. “Eh, la mattina noi ci carichiamo così.” Risponde lui serio. Ci carichiamo?? Per un lavoro di ufficio c’è da caricarsi?? Giuro, mi sono spaventata. Entro nella sala di attesa, mi accoglie la signorina che mi ha fatto il colloquio.

“Buongiorno”
“Buongiorno”
“Scusi una domanda: ma oggi che faccio?”
“Osserva” risponde indisponente.
“Sì, certo: ma l’uomo che osservo che lavoro fa?”
“Lo vede oggi.” Penso è uno scherzo, poi penso che il sito che avevo letto era pura verità, e mi siedo – continuando ad ascoltare la musica di Ramazzotti che proviene dall’altra stanza.

Passano pochi minuti ed arriva un’altra candidata – 35enne, poverina, occhi speranzosi com’erano i miei il giorno prima. Appena arriva, oltre alla musica di Ramazzotti dell’altra stanza, attacca la musica anche nella sala di attesa. Lei si siede davanti a me, sconvolta, io la guardo con comprensione. Pochi sguardi, e io mi avvicino a lei.

Mi chiede se è una banda di matti, rispondo no, è semplicemente una truffa. Lei mi dice che come me cerca un posto in un ufficio, come segretaria o comunque a livello amministrativo. Io le apro la pagina Internet che avevo letto il giorno prima. La legge, mi guarda, sussurra era troppo bello per essere vero, e poi mi dice che, se come detto sul sito ci vogliono far salire su una macchina per seguire un rappresentante in un’intera giornata di lavoro lei non ci sta. Le dico che farò lo stesso.

Arriva una terza ragazza – io l’avevo vista il giorno prima – si siede vicino a noi, e nonostante le due musiche che alle 8,30 del mattino ci rintronano, continuiamo a parlare: ci rendiamo conto della truffa, siamo demoralizzate, ma non ce ne andiamo.

Una ragazza che lavora lì si avvicina, ci chiede di dove siamo, spaventata probabilmente dal fatto che stiamo parlando tra noi: realizza che non siamo amiche, ci siamo conosciute sul posto: chiama il capo.

Arriva un tipo che evito di descrivere per non esser cattiva – dico solo che a un tipo così, nemmeno il pesce rosso gli lascerei – , si avvicina, ci guarda.

“C’è un convegno qui?”
“Stiamo semplicemente facendo due chiacchiere aspettando l’inizio della giornata.” Rispondo.
“Ma vi conoscevate?”
“No, ma stiamo semplicemente parlando.” Rispondo nuovamente. Non vedo il problema del parlare. Aggiungerei se ha qualcosa da nascondere. Ma sto zitta.
“Ma lo sapete che siete rivali? Io stasera ne assumo una di voi tre. Una, solo una.”
“Si, siamo sportive.” Rispondo di getto. Lui se ne va, senza dire alcuna parola.

Le altre mi fanno i complimenti. Sono fiera di aver zittito un uomo di 40 anni, ma a questo punto voglio comunque vedere cosa succederà.

“Secondo me adesso ci chiameranno una per una e ci faranno il lavaggio del cervello”. Come volevasi dimostrare. La musica, anzi le musiche, si fermano.

Chiamano per prima la ragazza 35enne, che vedo partire pochi minuti dopo con un ragazzino che sembrava uscito da un funerale. Nel mentre noto una quindicina di persone in giacca e cravatta, con le loro valigette, uscire dall’edificio: mi chiedo come sia possibile svolgere un lavoro di ufficio uscendo dall’ufficio alle 8,30, e mi convinco che il tipo del sito internet aveva detto tutta la verità.

Il boss chiama poi “Francesca!” : purtroppo per il capo io e l’altra ragazza ci chiamiamo uguale, quindi ci alziamo entrambe. Una volta dentro l’ufficio, iniziano le comiche.

Il tipo – al quale, ripeto, nemmeno un pesce rosso lascerei – inizia a dirmi che per me è tutto facile, sono giovane, all’inizio della carriera; l’altra ragazza invece, con i suoi 29 anni, deve un po’ pensare a quel che fa. Sottolinea che siamo rivali, che la sera ne assumerà o una di noi due, o proprio zero. Poi parla di essere “propositive”, “positive”, e che il lavoro in oggetto lo spiegherà poi.

“Domande?”
“Sì, in cosa consiste questo lavoro?” chiedo di nuovo.
“Oggi lo vedrai.” E mi fa cenno di seguire un uomo – precisamente l’uomo che mi aveva accolta alle 8,15 – che prende una valigetta, fa pochi passi, ed esce dall’ufficio. Ops, dall’edificio. Al punto mi fermo.

“Scusi, una domanda: ma se io la devo osservare lavorare, perché usciamo dall’ufficio?”

“Ora andiamo in macchina e mi osserverà lavorare.”
“Ma scusi, se lei non sta in ufficio come fa a lavorare?”
“Venga, e oggi lo vedrà….”
“Ma scusi, lei che lavoro fa?”
“Lo vedrà oggi.”
“Scusi eh, io vengo per una giornata di osservazione a Lucca, e finisco su una macchina di uno sconosciuto? E secondo lei, con quel che si legge sui giornali, ci salgo?”

“Senta io non posso rispondere, non posso. Faccia altre domande al direttore, è ancora dentro. Io però devo iniziare il giro, devo partire”. Mentre dice l’ultima frase è spaventato.

“Senta parliamoci chiaro” al punto gioco a carte scoperte. “Ma qui il suo compito è fare il rappresentante, cercare di vendere contratti di gas e luce?” Ecco qua: ciò che avevo letto sul sito.

La società in questione non cerca persone da inserire in un ufficio, nell’amministrazione, o altro: cerca rappresentanti. Venditori porta a porta. Niente di male, ma perché non lo dicono?

“Io non le posso rispondere, vada dal direttore.” E scappa, verso la macchina. Torno dentro, il direttore è proprio lì dietro.

“Guardi la ringrazio, ma tanto qui faccio le domande e non mi si risponde, io vado via”.

Gli stringo la mano, lui dice che non ci sono problemi, esco. Seguita dalla mia omonima, che è rimasta in silenzio, ma che come me vuole uscire da questa gabbia di matti.

Torno alla macchina, accompagno lei alla fermata del pullman, e mi dirigo al centro impiego.

Che dire? Non male, non male davvero come primo colloquio…

Purtroppo la realtà di oggi è così: dura e cruda. C’è gente che cerca di fregarti, e una laurea, seppur a tre cifre, e presa in tempi brevi, non ti garantisce nulla.

C’est la vie! Quindi non scoraggiamoci: siamo tutti sulla stessa barca!
Almeno speriamo che il colloquio numero 2 sia più fortunato – e meno chiassoso…!

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