Una lunga passeggiata e la riscoperta della magia del racconto: vivere è riappropriarsi del proprio esistere

Ha ancora qualcosa da insegnarci la letteratura? O tutto è stato detto e noi moderni non possiamo inventare più  nulla? Certamente no. Se si tratta di vera letteratura sa regalarci profonde emozioni e soprattutto sa interpretare il senso del proprio tempo.

Ed è questo che mi sembra che tenti di fare Luigi Fontanella nel suo romanzo Controfigura (Marsilio, 2009); in questo bellissimo scritto dalla cura e dallo stile  impeccabile, egli si sforza attraverso la magia del racconto  di insegnarci qualcosa sulla vita.

L’autore in questo scritto riesce a fondere il piacere di raccontare le avventure di Lucio (in cui tutti noi possiamo ritrovarci!) con la sua cultura di letterato, la sua storia di uomo, il gusto per un’immaginazione viva e allo stesso tempo sobria.

Il lettore che si avvicina al romanzo di Fontanella è fin dalle prime battute trascinato in un universo parallelo alla stessa vita reale e viene catturato dalla bellezza quasi classica di una prosa che scorre con un ritmo piano e luminoso e che di volta in volta lascia trapelare spaccati di vita vissuta ed echi letterari.

Il racconto e la riflessione sulla vita si mescolano, ma senza che ciò appesantisca mai il dettato della narrazione.

L’autore punta ad una rappresentazione pura del tempo (Avrei voluto, cioè, l’indicazione luce bianca, fare in modo che il mio narrato riproducesse e comunicasse per sola virtù verbale analoghe sensazioni atemporali rinvenibili in quel film di Resnais, film dove il tempo viene ucciso.) che  lo spinge a stemperare e ad annullare quasi del tutto la tensione narrativa.

Gli eventi quasi fossero ripresi da una macchina da presa vengono raccontati per segmenti temporali distinti, che lasciano riaffiorare in una nuova dimensione il passato e  il presente.

Ed il lettore ideale di Controfigura, in questo gioco volto a rincorrere il tempo nel suo svolgersi quasi per fotogrammi, non deve fare altro che  lasciarsi andare al flusso di questa invenzione letteraria e recuperare momento per  momento come in una trasposizione filmica la storia umana di Lucio.

Nel microcosmo narrativo il narratore (Voglio  rifare questa passeggiata, accompagnando Lucio come un’ombra: voglio essere la sua controfigura, né più né meno, come quegli attori chiamati a sostenere , al posto del protagonista di un film, scene particolari che richiedano abilità specifiche che l’altro non possiede.) assume le fattezze del suo personaggio;  ne diventa la controfigura,  la sottile linea d’ombra.

Senza accorgersene il lettore è chiamato a interrogarsi con Lucio sul senso del tempo. A poco a poco egli comprende che la scrittura è l’unico modo che egli ha per dominare l’inquietudine che lo anima e per riappropriarsi del proprio passato; per liberarsene e per guardare con fiducia al proprio presente. E solo quando avrà compiuto questo percorso fino in fondo potrà abbandonarsi alla piena delle sue emozioni e dare sfogo ai moti del suo cuore (p.173-174):

Così penso e blatero in silenzio con me stesso, mentre il vento sta intensificando le sue folate e una pioggia di foglie impazza vorticosamente nell’aria. Guardo ancora questi roveri che sfidano il vento, mentre nella sommità un po’ si piegano e le foglie si contorcono e quasi sembra che gemano e gioiscano allo stesso tempo. Ragazzino- avrò avuto nove anni – correvo su per la salita di via Sabato de Vita, a Fratte, una frazione di Salerno dove a quel tempo abitavamo; certe sere tornando a casa correvo a perdifiato contro il vento invernale che mi tagliava la faccia; correvo, e gridavo: «Ti sfido, vento!» e lo urlavo contro tutti e nessuno, con tutta la foga di quei  nove anni.

Vorrei, come allora, gridare al vento tutta la mia impotente vitalità e malinconia, dentro a questo immane silenzio squarciato di continuo dal vento. Vorrei penetrare in questo vento, e con lui rimescolarmi  dentro i rami e le foglie di questi altissimi roveri; vorrei rannicchiarmi nelle loro fronde e dimenticare me stesso e tutto il resto. Si stanno accendendo le luci del molo di Mount Sinai, che dalla mia veranda vedo distintamente alla mia sinistra, e ancora più oltre, sempre alla mia sinistra, ci sono le prime luci dell’imbarcadero di Port Jefferson.

Prenderò il mio binocolo puntandolo verso questi porti. Frugherò nei loro anfratti più remoti e tortuosi. Poi andrò oltre il pontili, attraversando con lo sguardo il tratto di oceano che separa le due coste; dall’altra parte s’è appena acceso il faro di Bridgeport, l’altro porto presso cui il ferryboat fa la spola ogni giorno da Port Jefferson ; mi mescolerò ancora una volta fra i passeggeri in andata e  ritorno, ritrovando la mia più congenita natura.

Il vento vortica furiosamente sul gran prato di fronte a me e a un tratto una raffica più violenta delle altre giunge fino alla mia veranda e fa volar via i fogli che erano sul tavolo. Li vedo volare verso il bosco, oltre i roveri, verso il mare. Li accompagno con lo sguardo finché non svaniscono. […]

Nel brano che abbiamo appena riportato la prosa di Fontanella assume un andamento lirico. Il personaggio-controfigura per la prima si apre al mondo ed alla vita. Siamo alla fine dell’azione narrativa ed egli ferma lo  sguardo sul presente.  È consapevole di essere una creatura tra le tante esistenti nel creato, ma nonostante tutto vuole cogliere e fermare per l’eternità il suo tempo.

Ed in questo anelito finale lascia emergere il senso del suo essere, che è tutto nella dimensione dell’andata e del ritorno. In questa continua tensione riconosce il senso più profondo del suo esistere ed il vento che si alza e vortica muove dal profondo la sua anima. La scrittura in questo sforzo quasi titanico diventa l’unico modo che ha per imprigionare il tempo in fuga, un’ancora di salvezza,  ed allo stesso tempo un atto catartico per liberarsi e riappropriarsi  del proprio tempo e per  affidare la propria voce ad un altro ego e per approdare vergine di emozioni e sentimenti sulla terra promessa del proprio presente.

Vivere è riappropriarsi del proprio esistere – si legge tra le righe!-  con una forza nuova e nella serena accettazione che pur nel dolore l’amore che abbiamo dato non si perde, ma si vivifica nel flusso eterno delle cose.

© Riproduzione Riservata

Commenti