Raniero Busco scagionato in Appello: ma allora chi ha ucciso Simonetta Cesaroni? La chiave del giallo resta lontana e forse se n’è andata con la morte di Vanacore

Simonetta Cesaroni

Raniero Busco è stato assolto, l’assassino di Simonetta Cesaroni resta ancora libero: ma il nome dell’assassino di Simonetta Cesaroni non è un miraggio come si vorrebbe far credere.

«La verità può ancora venire fuori: bisogna guardare alle evidenze forensi che esistono nel fascicolo processuale, ovvero le tracce e i reperti» dell’omicidio. Parola di criminologo. Carmelo Lavorino, autore de «Il delitto di via Poma. Sulle tracce dell’assassino», ne è convinto.

“È fondamentale – spiega – verificare gli alibi di alcune persone che portevano entrare a contatto con Simonetta e avevano moventi di tipo sessuale per infliggerle 29 pugnalate con un tagliacarte in diverse zone del corpo”. Ma “deve essere passata in rassegna anche la versione di chi aveva le conoscenze e le capacità di potersi introdurre con le proprie chiavi all’interno dell’ufficio dove lavorava Simonetta. La soluzione del mistero – rimarca l’esperto – è nelle carte processuali, nei reperti, nelle cronologie dei compartamenti dei vari personaggi e nelle indicazioni contenute in alcuni saggi”.

Per Lavorino, «l’assassino è un soggetto territoriale: conosceva l’ufficio dove lavorava la vittima. Sapeva che il tagliacarte apparteneva a un impiegato, tanto che dopo il delitto lo ha lavato dal sangue e dalle sue impronte e lo ha rimesso al proprio posto».

Si è detto tanto, teoricamente tutto, sulla dinamica dei fatti ma, come Lavorino evidenzia, il delitto di Via Poma, ha avuto “un assassino e dei fiancheggiatori”. Non poteva essere Busco, che plausibilmente non c’entra niente e non può essere ritenuto colpevole soltanto per flebili indizi: vedi una traccia genetica sull’intimo della ragazza con la quale aveva fatto l’amore la sera prima.

Perchè oltre la possibile motivazione di un crimine d’impeto, Busco non avrebbe mai temporeggiato lungamente sulla scena del delitto per lavare il pavimento e tentare di ripulire tutto, per poi addirittura andare a nascondere i panni intrisi di sangue nella lavatoio del palazzo.

Inoltre Busco non poteva conoscere quel palazzo nel quale Simonetta non era neppure impiegata (si recava lì soltanto due pomeriggi a settimana, come secondo lavoro, per fare da compiuterista), era un soggetto estraneo al condominio che non poteva avere la certezza di agire indisturbato in quanto non conosceva i movimenti di coloro che frequentavano il palazzo. Nè tantomeno sarebbe stato a conoscenza della presenza di una lavanderia nella palazzina B dell’edificio.

E’ evidente che, in sostanza, se l’assassino fosse stato realmente Busco, non ci sarebbero stati elementi che invece fanno chiaramente presupporre che il delitto è stato compiuto da chi conosceva perfettamente il contesto, ambientale e cronologico, nel quale agiva ed era consapevole di poter intervenire sulla scena del crimine ed alterarla in modo indisturbato.

Altrettanto immaginabile, sulla base degli elementi riscontrati, è che l’assassino sia stato aiutato da un’altra persona che si è occupata di ripulire il pavimento (o ha collaborato a questa fase). Una figura di supporto al killer.

L’assassino è entrato nell’appartamento con le chiavi: sulla porta non c’era nessun segno di effrazione. Ha ucciso Simonetta e non è fuggito dall’ingresso principale del palazzo, ma da uno secondario, raggiungibile dopo essere passato per i locali della lavanderia. Locali dove si era, intanto, fermato per ripulirsi. Anche perché probabilmente era ferito. Non è stato visto entrare o uscire nessuno dallo stabile di via Poma e nessuno ha sentito delle grida dall’appartamento del massacro.

Il corpo di Simonetta non fu trovato nella stanza dove lavorava e dove il computer era ancora acceso, ma nello studio del capoufficio. Era quasi completamente nuda, con le braccia e le gambe divaricate, gli occhi sbarrati rivolti verso il soffitto. Non si è difesa: nessuna reazione perchè conosceva il suo carnefice ed è stata sorpresa dalla sua azione? Eppure, prima di morire, Simonetta doveva essersi difesa disperatamente. Invece, nemmeno una traccia nè un segno di collutazione sulle sue unghie.

L’assassino  ha portato via la calzamaglia, gli slip e la maglietta, lasciandole addosso solo la canottiera di seta e le calze bianche. L’appartamento era in ordine, ripulito in modo impeccabile e si trovava in un ordine surreale. Non c’era uno schizzo di sangue sulle pareti e sul pavimento. Ma la giovane, finita con alcuni colpi alla giugulare, aveva perso almeno quattro litri di sangue, come stabilito dal medico legale.

Dopo il massacro l’assassino ebbe il tempo e la freddezza di fare una pulizia accurata, come se non fosse inseguito dal tempo e dal pericolo di essere scoperto da qualcuno.

Lavò con cura il pavimento, dopo aver spostato il corpo straziato di Simonetta. La conferma venne dagli stracci bagnati e strizzati ritrovati in seguito. Pochissime le tracce di sangue ritrovate: una strisciata sul telefono, uno sbaffo sulla porta, un altro in ascensore.

Il killer se n’era andato con gli indumenti di Simonetta inzuppati di sangue. E gli inquirenti ipotizzarono che dopo quella pulizia così accurata, l’ultimo atto doveva essere quello di far sparire il corpo della ragazza per far credere che era stata uccisa altrove. A quel punto sarebbe diventato veramente un “delitto perfetto”, il punto esclamativo in un giallo ancor più inestricabile di questi frustranti 22 anni contraddistinti da tante ipotesi e nessuna certezza.

Per trovare la chiave dell’enigma bisogna tornare indietro. Il mistero è racchiuso in un nome, che ha però portato il segreto nella sua tomba, suicidandosi il 9 marzo 2010, due giorni prima dell’inizio del processo. Pietrino Vanacore, portinaio dello stabile, indagato e poi assolto. 

Era lui l’unico che aveva le chiavi dell’ufficio. Si pensò subito che solo lui potesse aver fatto una pulizia così totale, dopo il massacro. Inoltre mentì ripetutamente e, nel suo alibi, aveva un buco di un’ora fra le 17.30 e le 18.30.

In quei sessanta minuti nessuno lo vide, neppure la moglie. Raccontò di essere andato ad annaffiare le piante in alcuni appartamenti vuoti. La polizia controllò e scoprì che la terra nei vasi era secca. Vanacore disse anche che dopo cena era andato a fare compagnia al quasi novantenne ingegnere Cesare Valle, che viveva da solo al sesto piano. Ma l’uomo, a caldo, lo smentì: “lo aspettavo, ma non è arrivato”. Poi Valle cambiò la sua versione e difese il portinaio. Perchè?

Infine l’ultima menzogna. Vanacore e la moglie, dopo aver sostenuto di non aver mai visto entrare nessuno nel palazzo, ricordarono improvvisamene che il pomeriggio del 7 agosto, verso le 17.30, avevano notato un uomo sui quarant’anni.

Simonetta Cesaroni viene uccisa tra le 17.30 e le 18.30 da un assassino che agisce con la massima calma. Dov’era Vanacore in quell’ora? 

L’assassino stordisce la Cesaroni e le infligge 29 coltellate con un tagliacarte. Non c’è stata violenza sessuale: nessuna traccia di liquido seminale.

La “bestia” si accanisce sulla ragazza con furia maniacale sui genitali. Dicono gli psicologi che il coltello sia il prolungamento del pene dell’impotente. Il killer porterà via una calzamaglia, una maglietta a righe e le mutandine di Simonetta: il macabro trofeo di un delitto feroce e assurdo. Il feticcio è la conferma esplicita che l’assassino ha portato via qualcosa che desiderava ma non poteva avere?

Chi ha ucciso Simonetta? L’enigma di via Poma non è ancora finito e c’è chi crede che non finirà mai. Sono in tanti a pensare che la verità se ne sia andata in un fiume con la morte di Vanacore. Gli atti processuali hanno detto che l’assassino non era lui.  Ma quel delitto ha avuto un assassino e un complice che ha lo ha aiutato a ripulire tutto? E’ possibile che il portiere di via Poma non sapesse niente? Qual’era il macigno che Vanacore ha portato con sè in quella gelide acque di Maruggi, vicino Taranto?

L’unica certezza è che il giallo di via Poma è ormai una enorme pagina nera nell’inefficienza investigativa italiana.

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