In appello ribaltata sentenza di primo grado. L’efferato omicidio di Simonetta Cesaroni, dopo 22 anni, rimane
avvolto nel giallo. L’imputato: “ora ricomincio a vivere”

Raniero Busco dopo il verdetto di assoluzione

Assolto in appello per non aver commesso il fatto: la Corte d’Appello di Roma ha giudicato innocente Raniero Busco, ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, già condannato in primo grado a 24 anni per l’omicidio della giovane che fu trovata morta in un appartamento di via Poma a Roma il 7 agosto del 1990.

Non ha un volto, ad ormai 22 anni di distanza, il mostro che ha massacrato Simonetta con 29 coltellate nell’ufficio dell’Associazione degli Ostelli della gioventù in via Carlo Poma. Il delitto che certamente può essere annoverato tra quelli che hanno maggiormente destato l’attenzione dei mass media italiani, rimane, per il momento, senza un colpevole.

E la giustizia fa l’ennesima figura imbarazzante. Una sentenza di condanna a 24 anni in primo grado, un’assoluzione in secondo grado: è evidente che qualcosa non va e tra quei magistrati qualcuno  dovrebbe riflettere sull’opportunità di cambiare mestiere.

Nel Paese in cui le sentenze in processi indiziari sono spesso subordinate ai risultati peritali, anche in questo caso, e del resto era già successo in primo grado, a fare la differenza è stata una maxiperizia. La stessa, quella del professor Corrado Cipolla D’Abruzzo, che ha sconfessato i colleghi consulenti della procura, i quali avevano parlato di morso sul capezzolo sinistro di Simonetta compatibile con l’arcata dentale di Busco e di tracce di dna dello stesso sul corpetto e sul reggiseno.

Nessun morso sul capezzolo, sono state le conclusioni di Cipolla D’Abruzzo, mentre per quanto concerne le tracce biologiche ci sono dna non solo di Busco, ma anche di altri due uomini. Conclusioni non condivise dal sostituto procuratore generale Alberto Cozzella il quale, nel chiedere la conferma dei 24 anni di reclusione decisi in primo grado, aveva ribadito che – come dimostrato anche nel processo di primo grado da tutti i consulenti – quelle «lesioni sono esito di un morso» e che il Dna individuato sul corpetto e reggiseno della ragazza «appartiene» all’ex fidanzato della Cesaroni, ovvero Busco.

Alla lettura della sentenza l’imputato ha stretto gli occhi, in una smorfia simile a chi viene colpito da un dolore improvviso. Poi Busco è scoppiato a piangere. Non ha trovato la forza di dire alcunchè mentre il presidente della I sezione d’Appello proseguiva nella lettura della sentenza di assoluzione. Si è aggrappato al fratello Paolo e poi ha abbracciato la moglie Roberta Milletarì. Si è, quindi, lasciato andare ad un pianto violento mentre veniva scortato fuori tra gli amici che gli gridavano la loro felicità e il fratello che ripeteva, quasi come un mantra, «esiste una giustizia».

In un mare di telecamere, fotoreporter e giornalisti, l’ex fidanzato della Cesaroni è stato portato via da una uscita di sicurezza mentre veniva colto da malore. Poi, a bordo di un suv nero, ha lasciato il tribunale salutando dal finestrino visibilmente commosso. «Oggi torno a vivere – ha commentato rotto dall’emozione -. Quando è uscita la corte in un attimo ho rivisto tutta la mia vita». Una vita che per molti mesi si è tramutata in un incubo: Raniero accusato dell’assassinio di Simonetta. L’autore di un efferato omicidio diventato uno dei gialli irrisolti della cronaca nera italiana.

Di opposto segno le reazioni dei familiari di Simonetta Cesaroni, che oggi non erano in aula. A dar loro la notizia dell’assoluzione di Raniero è stata l’avvocato Federica Mondani, che nel processo ha rappresentato Paola, sorella di Simonetta. La prima telefonata, qualche minuto dopo la lettura del dispositivo della sentenza, è durata solo pochi istanti; la seconda, qualche minuto. Solo il tempo di raccontare meglio l’accaduto e raccogliere i primi pensieri.

«Siamo destabilizzati da questa sentenza – ha detto Paola Cesaroni al suo legale riferendo anche il pensiero della madre Anna Di Giambattista – Cerchiamo di capire il perchè è finita in questa maniera e non sappiamo darci alcuna risposta». Resta il «rispetto assoluto per la decisione della Corte – ha aggiunto – ma ci aspettavamo che la perizia che hanno disposto potesse dare certezze. Il processo però ha fatto emergere tanti dubbi e incertezze soprattutto sulla questione del morso sul seno di Simonetta. Proprio per questo, ci aspettavamo che la Corte accogliesse la richiesta di disporre una nuova perizia. Così non è stato e in noi resta il rammarico».

L’assoluzione dell’imputato era comunque attesa. E lo era anche perchè, come dichiarato oggi dal medico legale Angelo Fiori, uno dei periti che lavorò sul delitto di via Poma, in primo grado «non sono state tenute in considerazione tutte le prove, ma si è data un’importanza esagerata al solo Dna». «Questa sentenza – ha aggiunto l’esperto – sottolinea come non si possa usare solo il Dna nei processi, ma vadano prese in considerazione tutte le prove».

Quello di oggi è solo l’ultimo atto, ma sicuramente non quello finale, di un iter investigativo lungo e tormentato. Intanto il pg Cozzella impugnerà la sentenza emessa, dopo una camera di consiglio di due ore e mezzo, dal collegio presieduto da Mario Lucio D’Andria. «All’esito del deposito delle motivazioni – ha commentato il rappresentante dell’accusa – decideremo il da farsi. Non è escluso, anzi assolutamente probabile, che ricorreremo in Cassazione».

Via Poma: un caso, dunque, ancora irrisolto, un mistero infinito. Tanti i personaggi apparsi all’orizzonte di un’inchiesta che si presentò subito complessa: il portiere dello stabile Pietrino Vanacore, prosciolto nella fase delle indagini preliminari dall’accusa di favoreggiamento e morto suicida alla vigilia dell’ udienza del processo di primo grado in cui doveva comparire come testimone; il datore di lavoro della vittima Salvatore Volponi e Federico Valle, il nipote dell’architetto Cesare che abitava nel palazzo.

Tutti e tre sono usciti di scena, scagionati, e su via Poma è caduto il silenzio fino al 2004, quando grazie a progressi tecnologici i Ris hanno riesaminato i reperti, conservati per anni, e le indagini sono state riaperte con il successivo coinvolgimento di Busco. Era il 2007 e il Dna sembrava inchiodarlo. Oggi, dopo 5 anni, è un uomo innocente. L’indagine è tutta da rifare e l’assassino – chiunque sia – se la ride.

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