“Il Cavaliere pagò cospicue somme di denaro per la sua sicurezza”: lo scrive la Cassazione nella sentenza che annulla con rinvio la condanna della Corte d’Appello

Marcello Dell'Utri

Marcello Dell’Utri ha svolto una «attività di mediazione»: vi è stato «un accordo di natura protettiva e collaborativa raggiunto da Berlusconi con la mafia per il tramite di Dell’Utri».

È quanto sottolinea la quinta sezione penale della Cassazione, nelle motivazioni della sentenza con la quale è stata annullata con rinvio, il 9 marzo scorso, la condanna a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa pronunciata dalla Corte d’appello di Palermo il 29 giugno del 2010.

In particolare, i giudici della Suprema Corte, nella sentenza n. 15727 depositata oggi lunga ben 146 pagine, rilevano che l’assunzione di Vittorio Mangano ad Arcore «indipendentemente dalle ricostruzioni dei cosiddetti pentiti è stata congruamente delineata dai giudici come indicativa, senza possibilità di valide alternative», del suddetto accordo.

Dell’Utri «di quella assunzione è stato l’artefice – scrive la Cassazione – anche all’impegno specifico profumo da Cina».La motivazione della sentenza impugnata, osservano gli ’ermellini’, si è «giovata correttamente delle convergenti dichiarazioni di più collaboranti a vario titolo gravitanti sul o nel sodalizio mafioso cosa nostra, tra i quali Di Carlo, Galliano e Cocuzza, approfonditamente e congruamente analizzate dal punto di vista dell’attendibilità soggettiva, nonchè sul piano dell’idoneità a riscontrarsi reciprocamente circa il tema dell’assunzione, per il tramite di Dell’Utri, di Mangano ad Arcore come la risultante di convergenti interessi di Berlusconi e di cosa nostra e circa, altresì, il tema della non gratuità dell’accordo protettivo, in cambio del quale sono state versate cospicue somme da parte di Berlusconi in favore del sodalizio mafioso che aveva curato l’esecuzione di quell’accordo, essendosi posto anche come garante del risultato».

La Corte d’appello di Palermo, osserva la Cassazione, «valorizza e impernia la propria decisione sul rilievo della attività di ’mediazione’ che Dell’Utri risulta avere svolto nel creare il canale di collegamento o, se si vuole, di comunicazione e di transazione che doveva essere parso, a tutti gli interessati e ai protagonisti della vicenda, fonte di reciproci vantaggi per i due poli»: il vantaggio, scrive la Suprema Corte, «per l’imprenditore Berlusconi, della ricezione di una schermatura rispetto a iniziative criminali (essenzialmente sequestri di persona) che si paventavano a opera di entità delinquenziali non necessariamente e immediatamente rapportabili a cosa nostra o quanto meno all’articolazione palermitana di cosa nostra di cui veniva, in quel frangente, sollecitato l’intervento», e il vantaggio «di natura patrimoniale per la stessa consorteria mafiosa».

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