“Va confermata la condanna a 24 anni di carcere. E’ stato lui a uccidere l’ex fidanzata Simonetta Cesaroni”

Raniero Busco

Raniero Busco merita la conferma della condanna di primo grado a 24 anni di reclusione perchè è stato lui ad uccidere con 29 colpi di tagliacarte l’allora fidanzata Simonetta Cesaroni il 7 agosto del ’90. Al sostituto procuratore generale Vittorio Cozzella bastano tre ore di requisitoria per smontare la perizia che la corte d’assise d’appello di Roma aveva effettuato nelle settimane scorse e per difendere la bontà del lavoro fatto dalla procura.

«A pesare sull’imputato – ha spiegato Cozzella – ci sono l’assenza di alibi, il suo dna sugli indumenti della vittima e quel morso sul seno della ragazza, contestuale al delitto, che anche i consulenti della difesa, in primo grado, non hanno potuto smentire. Altro che strizzatura di dita».

Buona parte della sua requisitoria, infatti, è stata dedicata dal rappresentante della pubblica accusa per criticare uno dei periti, l’anatomopatologo Corrado Cipolla D’Abruzzo: «La sua relazione e la sua esposizione in aula mi hanno provocato sconcerto, imbarazzo e stupore». In ogni caso, Cozzella si è detto favorevole a una riapertura del dibattimento purchè «venga disposta una perizia degna di tal nome», se la corte d’assise d’appello non dovesse essere convinta della colpevolezza di Busco. L’imputato, dal canto suo, in apertura di udienza, ha preso la parola per ribadire la propria innocenza: «A Simonetta volevo bene, anche se non so come si sarebbe conclusa la nostra storia. Non ho mai pensato di fare del male e quando seppi della sua morte provai lo stesso dolore di quando ho perso mio padre».

Il pg – come riporta La Stampa – non l’ha pensata allo stesso modo: «Il pomeriggio del 7 agosto del ’90, Simonetta aspettava in ufficio Raniero per un incontro all’insegna della malinconia. Lui sarebbe partito con gli amici per le vacanze e senza di lei. Lei si spogliò sperando in un gesto di gentilezza e di amore di Raniero che, invece, le si fiondò addosso, addentandole il capezzolo. Lei reagì, gli urlò tutto il suo disprezzo e, forse, impugnò il tagliacarte. Lui replicò mollandole un ceffone, che la tramortì, e poi a cavalcioni la finì con 29 colpi». Per l’accusa non ci sono altri dna, riconducibili a soggetti diversi: «È assurdo pensare che in quell’ufficio ci fossero barbari pronti ad assalire Simonetta e a lasciare in giro le loro tracce. Basta leggere gli atti giudiziari».

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