Monti parla dei 1725 suicidi in Grecia ma la fine della neolaureata Lucia, suicida per crisi, è il termometro di un’Italia che muore con i sogni incompiuti della gente

la tragica fine della neolaureata Lucia

“In  Grecia hanno fatto tagli enormi nel numero dei dipendenti pubblici, negli ultimi due anni, ci sono stati 1725 suicidi. Questo è quello che in Italia cerchiamo di invertire per non precipitare in quel precipizio”. Lo ha dichiarato oggi il premier Mario Monti.

Ma la vera Italia è nelle storie ormai quotidiane di chi non ce la fa più, non riesce a realizzare i propri sogni o legittime ambizioni, e decide di togliersi la vita.

Il dolore di una madre, una vita spezzata. Un sogno disilluso. Solito refrain di una società sempre più vittima di una crisi che miete stragi di speranze e ambizioni. Ennesima morte tragica, ma questa volta è l’inciso a cambiare quella stridente melodia, troppe volte ascoltata. Carta, penna ed ecco materializzarsi una lettera. Un nero su bianco che “urla”, “grida” rabbia, disperazione e merita attenzione.

“E’ sempre stata onesta, non ha mai cercato compromessi, si è sempre messa in discussione, troppo, e ci ha dato sempre il massimo… o forse no perché, ne sono certa, se non l’avessimo uccisa, tutti, ci avrebbe dato di più”.

Queste le parole di una madre che rivendica giustizia per la morte della figlia. Qualche giorno fa Lucia, ha deciso di lanciarsi nel vuoto. Quello stesso vuoto che lentamente la divorava dentro giorno dopo giorno. Si è tolta la vita lanciandosi dal balcone della sua abitazione. Ventotto anni, laureata in ingegneria gestionale e mamma di una bimba di due anni. Un’esistenza felice, apparentemente.

Ma “l’apparenza inganna” recitano antichi detti e noi purtroppo ne prendiamo atto. Non un suicidio dettato dalla depressione. Il suo è stato un gesto indotto da una società che da peso ad un “facoltoso” codice genetico, che da peso al nome che conta. Conta l’esser figlio di.., conta l’essere l’amante del.., non conta la meritocrazia. Lucia non era figlia del potente di turno, era figlia di gente onesta e di una terra, una regione piegata alla dura legge del più forte, del più furbo.

Italia, Calabria, Cosenza. Territorialità a confronto, medesimo leit motiv. Scrive ancora la madre al “Quotidiano della Calabria”:

“Lei si è sempre impegnata, sicura che il merito avrebbe pagato. Laureata con il massimo dei voti 110/110, si è trovata a doversi accontentare di un lavoro che non era il suo, poco retribuito, si è trovata a doversi prendere cura della sua piccolina di appena due anni, affrontando tutte le difficoltà che già conosciamo noi donne… e noi donne del sud. Aveva un solo difetto: portare un nome e un cognome anonimo e credere nella meritocrazia”.

Lucia credeva nelle sue potenzialità, studio e sacrifici l’avevano temprata agli ostacoli, ma ha desistito. Stanca di combattere. Non voleva vivere in quest’Italia “asservita”, non voleva neanche fuggire, voleva semplicemente vivere nella sua Calabria, dove era amata da tutti. Questa lettera è un accorato appello affinché non si ripetano più simili drammi.

“E’ una colpa da pagare a così caro prezzo? Se è così – aggiunge la madre- giovani andate via, andate via e abbandonate questa terra, noi non vi vogliamo… E voi mamme, non consentite che questo mostruoso Leviatano divori i nostri figli. Lottiamo insieme a loro, nella legalità, per i loro diritti, e chiediamo a testa alta ciò che è a loro dovuto”.

Credere nel merito non è una colpa. La colpa, semmai, è di tutti noi perché ci arrendiamo. La colpa è dello Stato e delle istituzioni perché non investono nelle “intelligenze” anonime ma preparate. Danno garanzia ad un cognome, come fosse un marchio di qualità. Sborsano 10 mila euro al mese per far sedere in Regione Renzo Bossi. “Intellighenzia”” nostrana altamente (de)qualificata agli occhi dell’Europa intera! Insulto per chi sui libri ha nutrito la sua fame di sapere e accresciuto il suo bagaglio culturale.

Lucia è una delle due vittime giornaliere della crisi. Drammatici d’altronde i dati dello studio Eures: fenomeno in crescita. Nel 2010: 336 suicidi causa crisi. Primi tre mesi del 2012: 23 casi. Emblematica la titolazione del rapporto Eures: “Il suicidio in Italia al tempo della crisi”.

Ci si chiede se l’evasore fiscale è, giustamente, il parassita dello Stato, lo Stato cos’è per il cittadino italiano?

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