Il killer di Utoya in aula ha dichiarato di aver agito per “legittima difesa”. Poi, guardando un video mostrato in aula dall’accusa, piange e urla: “non sono colpevole”

Anders Breivik

Liberato dalle manette, al suo ingresso nel tribunale di Oslo per affrontare il processo come autore delle stragi di Oslo e Utoya costate la vita a 77 persone, Anders Behring Breivik ha salutato le famiglie delle vittime con il braccio teso e il pugno serrato.

Un saluto, spiega Breivik nel suo manifesto, che rappresenta «la forza, l’onore e la sfida ai tiranni marxisti d’Europa». Non è pentito, forse non è clinicamente pazzo. Nell’aula del tribunale che lo sta giudicando Breivik si è commosso e ha pianto davanti a un suo video di propaganda di 12 minuti che aveva diffuso il giorno degli attentati. Il viso rosso per l’emozione, Breivik si è asciugato le lacrime guardando il video, fatto di foto e disegni raffiguranti per lo più degli integralisti musulmani.

«Non sono colpevole». «Non riconosco i tribunali norvegesi. Avete ricevuto il vostro mandato da partiti politici che sostengono il multiculturalismo», ha detto subito il militante di estrema destra al tribunale che lo processa. «Riconosco i fatti ma non mi riconosco colpevole» dal punto di vista penale, sono state poi le sue parole.

Per preparare il terreno, Breivik ha fatto sapere a Dagbladet, uno dei tre principali quotidiani del paese, che nel 2009 voleva colpire con un attentato il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che andava ad Oslo per ricevere il Nobel per la pace. Rinunciò solo perché lo giudicò, nella sua lucida follia, obiettivo troppo difficile da raggiungere. Più facile, due anni dopo, uccidere tanti adolescenti a sangue freddo. Il furgone-bomba che con 500 chili di esplosivo artigianale devastò il centro di Oslo, distraendo la polizia mentre l’assassino attaccava l’isola di Utoya, Breivik lo piazzò sotto il palazzo del governo, a poche centinaia di metri dalla sede del tribunale che domani sarà presa d’assalto da oltre 800 giornalisti accreditati da tutto il mondo.

Per la giuria il compito principale, fermo restando che Breivik – 32 anni, gli ultimi 9 passati a preparare maniacalmente la sua azione e a scrivere un manifesto xenofobo e antimarxista da 1.500 pagine – è reo confesso, sarà quello di decidere tra due perizie psichiatriche. Quella iniziale aveva stabilito che l’estremista di destra che andò a cercare per oltre un’ora e mezza le sue giovani vittime sull’isolotto di Utoya, dove si svolgeva l’annuale meeting dei giovani laburisti, per ucciderle a sangue freddo, era incapace di intendere e volere.

La seconda, presentata pochi giorni fa, non ha invece trovato prove di psicosi. Se prevarrà la prima tesi, Breivik sarà spedito in un manicomio criminale virtualmente a vita. Nel secondo caso il massimo della pena detentiva, in Norvegia, è di 22 anni. Ma il paese delle libertà e della riabilitazione prevede che la detenzione possa essere prolungata indefinitamente se viene constatato il rischio di reiterazione del reato. Che nel caso di Breivik non è rischio, ma certezza.

«Incapace di provare sentimenti». «Non solo spiegherà i motivi delle sua azioni, ma dirà che gli dispiace di non essere riuscito a fare di più» ha detto ieri l’avvocato difensore, Geir Lippestad, che dopo i primi colloqui definì il suo cliente come «incapace di provare sentimenti». Il vero dramma, al di là degli effetti sui potenziali emuli sparsi in Europa, sarà per i sopravvissuti.

«Per le vittime, per i loro familiari e per coloro che sono stati sull’isola il processo porterà un sacco di dolore» ha detto il responsabile del Centro di sostegno psicologico alle vittime, Atle Dyregrov. Per chi da Utoya è uscito vivo, sarà come tornare a guardare negli occhi il volto dell’orrore.

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