Per il Tribunale del Riesame il gruppo non avrebbe alcun legame con la camorra. Resta in piedi l’accusa di aver corrotto 16 giudici della Commissione Tributaria

Fedele Ragosta

Altro colpo di scena nel caso Ragosta. “Il Gruppo Ragosta non ha alcun legame con la camorra”. Lo ha stabilito il tribunale del Riesame di Napoli che ha annullato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip nei confronti dell’imprenditore Francesco Ragosta, arrestato lo scorso 19 marzo con le accuse di concorso esterno in associazione camorristica, riciclaggio e interposizione fittizia.

Il tribunale ha anche annullato l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e l’aggravante dell’articolo 7 per l’accusa di riciclaggio nei confronti di Fedele Ragosta, fratello di Francesco.

I due, difesi rispettivamente dagli avvocati Fabio e Silvio Fulgeri e Mario Papa, secondo l’accusa avevano accumulato un patrimonio milionario riciclando denaro del clan Fabbrocino, attivo a San Giuseppe Vesuviano e nell’hinterland. La famiglia Ragosta possiede importanti alberghi nonché aziende siderurgiche ed alimentari, tra cui la Sapori e la Lazzaroni.

Francesco Ragosta è tornato in libertà; Fedele resta detenuto per le accuse di riciclaggio e corruzione in atti giudiziari: nell’inchiesta sono infatti coinvolti 16 giudici tributari, motivo per il quale su questo aspetto è competente il tribunale di Roma. Domani al Riesame sarà discussa la posizione del terzo fratello arrestato, Giovanni.

Insomma, secondo i giudici napoletani quell’accusa è da cassare, cancellare: come in effetti è avvenuto. Eppure Fedele Ragosta (assieme ai suoi fratelli, parenti, moglie, figli, collaboratori, dipendenti, eccetera) è stato preso di primo mattino e sbattuto in una cella di Poggioreale con l’accusa di essere l’uomo cui il boss di San Gennaro Vesuviano, Mario Fabbrocino (precisamente, la mente finanziaria del clan, Franco Ambrosio, ergastolano detenuto ad Opera in regime di 41 bis) avrebbe dato ben 100 milioni di euro da reinvestire.

Non solo: la notizia che il patron del gruppo che fattura poco meno di duecento milioni di euro all’anno nei quattro rami in cui opera (acciaieria, turismo, immobiliare e alimentare) e che dà lavoro a migliaia di persone, ha fatto il giro d’Italia nel volgere di qualche minuto. Con conseguenze immaginabili sotto ogni punto di vista. Del resto, marchi storici dell’alimentare come “Amaretti di Saronno” “Lazzaroni”, “Antica Pasteria” e “Biorigin” sono di sua proprietà, niente di più facile che una cosa del genere potesse rimbalzare ovunque in un batter d’occhio.

Fedele Ragosta non è stato però ancora rimesso in libertà perché contro di lui resterebbero in piedi le accuse di corruzione dei giudici della commissione tributaria napoletana (16 dei quali finirono in manette, alcuni già scarcerati poco dopo l’arresto). Cade però la più grave e infamante, quella di concorso negli affari della camorra, una di quelle da cui non è facile liberarsi anche quando i tribunali si pronunciano in senso contrario.

Oggi l’impero dei Ragosta, ricordiamo, conta 477 unità immobiliari, per un valore stimato di un miliardo di euro. Nel 2005 arrivano gli alberghi extralusso: due a Vietri sul Mare (il Raito e l’hotel Paradiso), il resort La Plage di Taormina (2007) e l’Hotel Palazzo Montemartini, di fronte alla stazione Termini, acquistato a Roma dall’Atac nel 2008 per 40 milioni di euro. Nel 2006 ecco l’alimentare: comprano la Sapori. E due anni dopo, dalla famiglia Citterio, la Lazzaroni, l’industria dolciaria che detiene i marchi Amaretti di Saronno, Antica Pasteria e Biorigin. I magistrati ritengono che questi acquisti siano possibili tramite l’accensione di ingenti mutui (ritenuti “un tipico sistema attraverso cui viene coperta l’attività di reinvestimento di capitali di illecita provenienza”) e a “sistematiche e rilevanti condotte di frode fiscale”.

Il procuratore reggente di Napoli Alessandro Pennasilico parla chiaramente di “impresa criminale” che basa il suo potere sul riciclaggio dei soldi del clan Fabbroncino e sulla corruzione, attraverso favori, consulenze e assunzioni, della commissione tributaria di Napoli, l’ente che decideva sulle controversie tributarie. Un’altra partita milionaria dall’esito ancora incerto.

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