Piermario muore a 25 anni dopo aver perso in pochi anni genitori e fratello. Si prendeva cura della sorella disabile. Una famiglia distrutta dal destino più atroce

Una vita intera in lotta contro il destino. Questa è stata la breve esistenza di Pierfrancesco Morosini, la cui corsa si è fermata a 25 anni allo stadio Adriatico di Pescara.

Si è arreso Morosini, al cospetto di un avversario troppo più forte di lui e di tutti noi.

Il “Moro” ha detto basta dopo l’ennesima aggressione di un destino che lo aveva già segnato nel modo più terribile e indelebile.

La giovane promessa del calcio italiano – capace di conquistarsi un posto di titolare inamovibile in Under 21 – perse nel 2001 la madre Camilla. Due anni più tardi, nel 2003, il padre Aldo (anche lui morto per infarto). E poi anche il suicidio del fratello disabile.

Una sequenza straziante di lutti dalla quale Morosini è riuscito a ripartire, imparando a convivere con il vuoto di una famiglia disintegrata. Il dolore gli ha tolto quasi tutto, ma in questi anni gli ha messo tanta rabbia in corpo.

In nome dei suoi cari scomparsi, Piermario ha realizzato il sogno calcistico, suo e dei genitori. Il “Moro” ha cercato in questi anni di aiutare la sorella maggiore, disabile anche lei e gravemente malata. Si prendeva cura di questa ragazza sfortunata, che adesso rimane da sola.

Alla fine, Piermario si è dovuto arrendere, suo malgrado, alla mano spietata di quel destino che in pochi anni ha fatto strage di un’intera famiglia.

E’ una coltellata al cuore di chiunque abbia umanità rivedere quelle immagini terribili degli ultimi momenti di Piermario Morosini.  In 10-15 secondi il volto più assurdo e cinico della vita, che ci fa capire come in un attimo tutto può cambiare per sempre. E troppo spesso questo monito non riusciamo a capirlo.

La forza di volontà, la forza di vivere, la forza di rimanere in piedi e cercare di aggrapparsi a qualcosa e qualcuno per continuare a giocare al calcio, inseguire un pallone e una vita che sta sfuggendo via. Morosini si alza tre volte e quelle immagini ti colpiscono nel profondo del cuore. Quel cuore che oggi si è fermato spezzando la vita di un ragazzo sfortunato che aveva avuto la “fortuna” di giocare al calcio e di indossare anche la maglia della Nazionale Under 21.

Piermario ha provato a restare in piedi, non voleva mollare la vita a 25 anni su quel campo che dopo aver perso padre, madre e fratello, era il luogo dove poteva ritrovare momenti di serenità.

La morte di Morosi è stato come vedere un drammatico incontro di pugilato, dove uno dei contendenti non riesce più a stare in piedi, stordito e fulminato da uno di quei colpi che ti spengono le lampadine. Era invisibile e invincibile il pugile che ha colpito Morosini, lo ha attaccato nel modo più vile e scorretto: lì al cuore, dove resistere e rialzarsi non è più possibile.

Fabrice Muamba era riuscito nel miracolo, tornando dagli inferi dopo 78 minuti di al di là. Spesso però queste storie non hanno un lieto fine e per il “Moro” è arrivato, invece, un destino atroce, che non si può augurare a nessuno e nemmeno al nostro peggior nemico.

Questa ennesima morte però deve far riflettere e, al di là della scelta sacrosanta di fermare il carrozzone, deve farci chiedere perchè? Perchè succede questo. Fatalità? Si, ma i controlli dovrebbero essere settimanali e i soccorsi andrebbero migliorati anche negli stadi di periferia per evitare che succeda ancora.

Morosini non è la prima vittima del calcio ma speriamo sia l’ultima, anche se temiamo che purtroppo non sarà così.

Ci sono vite normali che lasciano il segno dei grandi e se ne vanno troppo presto. Ma è come la parabola degli eroi. “Non muoiono”, dicevano gli antichi. Vengono rapiti in cielo al culmine della loro gloria. Sotto di loro uno strapiombo, lassù infine la spianata dove si ritrovano i più bravi tra i comuni mortali. Piermario Morosini adesso è lì.

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