Un partito devastato, il disperato tentativo di resistere alla bufera giudiziaria, i privilegiati che ora diventano indesiderati. La Lega vede la fine, Bossi ci è già arrivato

Rosy Mauro

L’ictus aveva atterrato il guerriero di Gemonio. Ma poi neppure anni di lunghi ricoveri e una sofferta riabilitazione avevano spinto Umberto Bossi a mollare. Lo ha detronizzato adesso la tangentopoli in “salsa padana” che sta spazzando via non soltanto la storia del senatur ma tutto il mondo leghista.

Si allarga, ora dopo ora, la rivolta interna alla Lega. Si chiede la testa di Renzo Bossi e Rosi Mauro. La Lega Nord è destinata ad uscirne con le ossa rotte dallo scandalo che ha travolto i suoi vertici a pochi giorni dalla tornata elettorale che rinnoverà le amministrazioni di molte città, tra cui Piacenza.

E se Maroni chiede che “sia fatta pulizia” all’interno del Carroccio, Umberto Bossi – che ha dato le dimissioni dalla carica di segretario in seguito allo scandalo che ha toccato in primis la sua famiglia – dichiara che “la pulizia è già iniziata”. Oggi tutti i giornali esaminano la questione con occhio critico, a parte – ovviamente – La Padania che titola: “Contro l’attacco che mira a dividere. Bossi: tutti uniti. La pulizia è già in atto e c’è già chi la deve fare”.

Intanto la rivolta interna alla Lega Nord cerca di farsi strada. Si allarga all’interno del partito il fronte di chi chiede l’uscita dal movimento di Renzo Bossi e Rosi Mauro, accusati di aver usato per scopi privati i soldi del partito. Il Sole 24 Ore stila un lungo elenco di rivoltosi. “Ieri Fabio Rolfi, segretario provinciale di Brescia, collegio dove il figlio del senatur è stato eletto nel 2010, ha annunciato che, alla prossima riunione del direttivo, il 16 aprile, chiederà l’espulsione di Renzo e di Monica Rizzi, assessore lombardo allo Sport, indagata dalla procura di Brescia per presunte attività di dossieraggio per favorire la candidatura di Bossi jr. Oggi Christian Invernizzi, segretario provinciale a Bergamo, ha chiesto un passo indietro del giovane consigliere regionale e della Mauro, in un’intervista a “Libero”. «Come segretario provinciale ho espulso persone per molto meno» dice. «Se veramente credono nel movimento devono dimostrarlo: se ne vadano. Se poi le accuse si dimostreranno balle, potranno tornare». Tesi condivise, spiegano nel movimento, anche dal segretario provinciale della Valcamonica, Enzo Antonini”.

Avamo fatto il callo alle intemperanze di Umberto Bossi, alle sue provocazioni verbali e gestuali, dettate da un temperamento sanguigno che sapeva convertirsi in popolaresca astuzia. Colpiva, senza dispiacere necessariamente, il sentore di osteria che emanava dagli incontri e dai conciliaboli con la sua gente, la confidenza spiccia con i costumi delle valli lombarde.

Anche in questo si manifestava la lontananza della Lega dal detestato Palazzo romano. Certo si accoglievano con un sorriso, se non con ironia, le sue incursioni nel mondo di una artefatta cultura. Inneggiava alla ribellione di Alberto da Giussano contro il Barbarossa per l’indipendenza di una Padania che, nelle suggestioni del federalismo, guardava adesso con simpatia alla tedesca Baviera.

Egli si prestava inoltre alla riesumazione, dal sapore fumettistico, della storia celtica e della religiosità druidica, con tanto di elmi cornuti, di ampolle riempite con le acque sacre del Po (improponibile, così nudo e crudo, per un utilizzo onomastico, è diventato Eridano al battesimo del suo ultimo figlio). Molti erano disposti ad assolvere questo folklore identitario, apprezzando la sollecitudine del suo movimento per le ragioni del Nord, delle aree più produttive e inascoltate del Paese.

Ma il successo decretato dalle urne (e poi il malaugurato ictus) gli hanno dato alla testa. Prescindiamo dai fallimenti politici per tentare un possibile profilo di carattere antropologico. Per dire che la consueta arroganza non ha cancellato in lui la segreta afflizione per un deficit culturale di cui potevano fare a meno la sua vitalità e il suo istinto, ma non i figli, destinati a succedergli politicamente.

Ecco allora, stando alle testimonianze raccolte, il vero “sistema padano”. Il pagamento di lauree e diplomi con i soldi del partito, ecco i corsi del figlio Renzo, l’inarrivabile «Trota», in una misteriosa università privata d’Inghilterra. E lo stesso desiderio di promozione ha contagiato Rosy Mauro, stretta collaboratrice di Bossi e confidente della famiglia, che è andata a cercare, per sé e per il compagno, una laurea in Svizzera. Il tesoriere Belsito, l’ex buttafuori dal soma pugilistico, la chiama sprezzantemente «la Nera». Questa donna dedita, pare, alla cartomanzia, assume per i suoi accusatori i connotati d’una Lady Macbeth di provincia.

Sono tratti e comportamenti che finiscono per comporre una corte dei miracoli la quale, oltre ad essere devastante per la Lega, rende più malinconico il tramonto di Umberto Bossi, protagonista della seconda Repubblica sul quale cala il sipario. Stavolta – politicamente parlando – per sempre.

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