Dieci anni di mazzette, il vero “tsunami” per la Lega dopo le rivelazioni della segretaria Nadia Dagrada  

Renzo e Umberto Bossi

Qualcuno all’inizio ha parlato di «fango» giudiziario sul Carroccio. Ma Nadia Dagrada, la donna che ha conosciuto Belsito da prima che diventasse il cassiere della Lega, ha trasformato quelle ipotesi in certezze investigative.

E’ lei che ha consacrato la validità delle chiacchierate telefoniche ripetendo tutto per filo e per segno in un lungo verbale di interrogatorio. Cominciando proprio dall’accusa più dura da digerire per un partito che ha sempre fatto dell’integrità morale la sua bandiera.

Bossi sapeva tutto. La prima volta le vide in lire. Venti milioni del vecchio conio nelle mani di Maurizio Balocchi, l’ex cassiere leghista (oggi deceduto) che indicò Belsito come suo successore. E quella volta, Nadia Dagrada capì che il capo carismatico della Lega, Umberto Bossi, sapeva tutto: «Mi ricordo che alcuni anni fa l’ex amministratore della Lega Nord, signor Balocchi, portò in cassa venti milioni di lire in contante dopo essersi recato nell’ufficio di Bossi». E’ per questo che il Senatùr non poteva ignorare l’esistenza di quel piccolo fondo nero: «Balocchi uscì dall’Ufficio di Bossi e venne nell’ufficio da me, mi consegnò i 20 milioni di lire dicendomi di non registrarli e di metterli in cassaforte che poi ci avrebbe pensato lui. Ribadisco che sapevo che circolava del nero nella Lega ma io ho visto personalmente solo questa operazione».

Dieci anni di mazzette. Quel dettaglio della vecchia moneta serve ai magistrati per collocare temporalmente l’episodio: prima del 2002. E un paio di telefonate intercettate fanno capire che non si trattava di un caso isolato. Soprattutto quella in cui la Dagrada dice a Belsito: «Tutto quello che hai fatto tu, Maurizio Balocchi non l’ha mai fatto da che era amministratore». E anche un’altra, in cui la Dagrada spiega le precauzioni che Balocchi prendeva quando c’erano da coprire le spese dei familiari del capo: «Io di Riccardo Bossi c’ho tutto quello che abbiamo fatto nel passato con Balocchi eh! Lui non toccava un accidente: preparavamo tutte le lettere noi, timbro del negoziante e tutto. Non abbiamo tirato fuori una lira senza una carta».

Caccia ai corruttori. E’ anche per questo che da alcuni giorni le indagini della magistratura si sono spostate in Liguria, più precisamente nel Tigullio, da dove Maurizio Balocchi partì da consigliere comunale di Chiavari fino a diventare sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Gli inquirenti vogliono capire quali fossero i canali di approvvigionamento della Lega, spulciando gli affari e gli appalti siglati negli ultimi anni all’ombra del Carroccio. Nel rapporto del Noe dei Carabinieri ci sono alcuni riferimenti alle dichiarazioni dell’ex manager Finmeccanica Lorenzo Borgogni, che chiamerebbero in causa la galassia di piazza Montegrappa e l’onorevole Reguzzoni a proposito di alcuni capannoni affittati da Agusta Westland.

Ma ieri la stessa Finmeccanica ha voluto precisare di non aver mai firmato alcun contratto di affitto con Reguzzoni, nemmeno attraverso consociate come Agusta Westland. E il parlamentare leghista ha spiegato: «Non ho, né ho mai avuto capannoni a Malpensa; non ho mai richiesto favori personali a nessuno e sono totalmente e assolutamente estraneo a quanto dichiarato dal signor Borgogni che ho a suo tempo querelato. Sono estraneo ad ogni vicenda giudiziaria».

Sulla stessa linea il portavoce di Fincantieri, l’azienda citata negli atti dell’inchiesta a proposito di presunte tangenti pagate a Stefano Bonet, socio di Belsito: «Fincantieri smentisce di aver mai assegnato alcuna commessa alla società Polare, o ad altre società riferibili al Signor Stefano Bonet, che peraltro non risultano nemmeno iscritte nell’albo dei fornitori aziendali. Fincantieri inoltre smentisce di aver mai pagato tangenti a chicchessia e ribadisce la massima trasparenza della propria gestione».

L’inizio della fine. Nadia Dagrada ha osservato il declino morale del suo partito da un osservatorio privilegiato. E lo ha raccontato ai magistrati: «Posso dire che la situazione è precipitata dopo la malattia del segretario federale, Umberto Bossi, nell’anno 2003. Dopo c’è stato l’inizio della fine: si è cominciato con il primo errore consistito nel fare un contratto di consulenza a Bruxelles a Riccardo Bossi, se non ricordo male da parte dell’onorevole Speroni. Dopo di che, si sono cominciate a pagare, sempre con i soldi provenienti dal finanziamento pubblico, una serie di spese personali a vantaggio di Riccardo Bossi e degli altri familiari dell’onorevole Bossi».

Diplomi a pagamento. La cultura costava anche per loro, i componenti del «cerchio magico» che ruotava intorno al Senatùr. Così la Dagrada racconta delle lauree conseguite in Svizzera da Rosy Mauro e del suo amante (come è raccontato nell’articolo a fianco), ma soprattutto parla del Trota: «Inoltre anche Renzo Bossi dal 2010 sta prendendo una laurea presso un’università privata di Londra e so che ogni tanto ci va a frequentare e chiaramente le spese sono tutte a carico della Lega, ed anche qui credo che il costo sia sui 130mila euro».

Verbale falso. Poteva spendere molto, il cassiere Belsito. Ma non tutto. Un verbale del Consiglio federale della Lega stabiliva un tetto di 150mila euro, oltre i quali Belsito avrebbe dovuto chiedere l’avallo del Consiglio stesso. Quando però decise di investire quasi sei milioni in Tanzania, con Bonet, prese una scorciatoia. Lo accusa ancora la Dagrada: «Con l’operazione Tanzania emersa a gennaio sui media, ho scoperto che Belsito per poter effettuare il prelievo dei 5,700 milioni dalla Banca Aletti di Genova ha utilizzato un verbale del consiglio federale della Lega cancellando la parte in cui era riportato il limite di spesa. Verbale che poi ha consegnato alla banca».

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