Durante le celebrazioni pasquali un predicatore della Curia denuncia “delitti senza colpevoli” in Italia. Per la Procura il Vaticano conosce il destino di Emanuela

Papa Ratzinger

Il caso di Emanuela Orlandi è tornato prepotentemente con un “fantasma” e minaccia di scatenare un terremoto tra le mura del Vaticano. Stavolta è arrivata l’ora della verità.

Si sta sgretolando un muro di silenzio alto tre decenni. Gli inquirenti non apriranno la tomba a Sant’Appolinare del boss della Magliana, Renatino De Pedis ma sono convinti che «il Vaticano conosca la verità su Emanuela Orlandi». Sembra una puntata della fiction «Romanzo criminale», invece è una vicenda reale e inquietante.

Per la prima volta la magistratura punta ormai l’indice esplicitamente contro la Santa Sede. Secondo il procuratore aggiunto, Giancarlo Capaldo e il sostituto Simona Maisto, qualcuno in Curia avrebbe «elementi di verità a livello indiziario». Potrebbero essere sentiti i cardinali (Re, Martinez Somalo, Silvestrini) che, sotto il pontificato di Karol Wojtyla, occupavano le poltrone-chiave all’epoca della scomparsa della figlia del messo pontificio. Un’accelerazioni inattesa.

Uno dei «cold case» più complicati e celebri del mondo si è improvvisamente trasformato in uno squarcio nella coltre di mezze ammissioni, depistaggi o piste inverosimili. Un lampo nel buio divenuto calvario per una famiglia e intrigo internazionale tra rivendicazioni di fantomatiche sigle, intrecci con l’attentato a Giovanni Paolo II e sospetti sul capo dello Ior, Paul Marcinkus. Per Pietro Orlandi, fratello della ragazza svanita nel nulla 29 anni fa, è una svolta fondamentale.

«La dichiarazione dei pm che in Vaticano sanno la verità è pesantissima, però ha fatto passare in secondo piano la strana decisione di non aprire la tomba di De Pedis – afferma Pietro Orlandi-. Se due anni fa la procura ha disposto il prelievo del Dna a noi familiari significava che c’è motivo di ispezionare Sant’Appollinare, non si capisce perché ora non sia più un atto utile alle indagini». Probabilmente «i pm conoscono i nomi di queste personalità vaticane, mi auguro che li ascoltino per sapere quanto sanno».

Comunque «chiamare in causa direttamente la Santa Sede come hanno fatto i pm rappresenta un enorme passo in avanti», commenta Pietro Orlandi. «Adesso la Santa Sede ha il dovere morale di dare una risposta dopo essersi rifiutata per anni di collaborare con la magistratura – specifica Orlandi-. Prima di Natale ho portato al segretario di Benedetto XVI, don Georg, una petizione da 80mila firme e ciò ha inciso». Tre anni fa proprio il cardinale Agostino Vallini, vicario di Ratzinger a Roma, diede il «nulla osta» all’apertura della tomba di De Pedis.

Ratzinger non può non conoscere la verità: e allora o si decide a parlare e rivelare che fine ha fatto la Orlandi o rischia di essere travolto anche lui insieme alle sempre più precarie fondamenta della Chiesa di oggi.  Bleffare e far finta di niente non ha più senso.

Nel pieno delle celebrazioni pasquali un altro scossone scuote la Santa Sede. E, sebbene filtrato dal felpato linguaggio curiale, nel mezzo della celebrazione della passione di Gesù, presieduta dal Papa il venerdì santo a San Pietro. Quando il predicatore della Casa pontificia, il cappuccino Raniero Cantalamessa, senza mai esplicitare il riferimento all’attualità, parla di “delitti senza colpevole” e “casi irrisolti” avvenuti “anche nella nostra Italia”.

Lo fa subito dopo aver parlato del “dolore dei bambini innocenti”. E subito prima avere invitato i responsabili a venire “allo scoperto”, non portarsi segreti “nella tomba” e confessare la propria “colpa”, perché “il popolo italiano non è spietato “con chi ha sbagliato ma riconosce il male fatto”.

Scomparsa nel 1983, Emanuela Orlandi, cittadina vaticana e figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, è al centro di uno dei più oscuri misteri d’Italia. Il fratello, Pietro Orlandi, ha mandato di recente alle stampe un nuovo libro-intervista con il giornalista Fabrizio Peronaci (‘Mia sorella Emanuela’) che cerca di fare luce sulla vicenda. La quale, nel frattempo, è tornata d’attualità. Non solo perché lo stesso Pietro Orlandi ha lanciato una petizione online nella quale chiede a Papa Ratzinger di “porre in essere tutto ciò che è umanamente possibile per accertare la verità sulla sorte della Sua connazionale Emanuela Orlandi”.

A suscitare le speranza del fratello Pietro è il fatto che Benedetto XVI – già impegnato in un’operazione di trasparenza e pulizia sul tema della pedofilia e sul versante delle finanze vaticane – possa contribuire anche a far chiarezza sulla vicenda legata a sua sorella. Walter Veltroni è tornato a chiedere spiegazioni sulla sepoltura nella basilica romana di Santa Apollinare (nei cui pressi la ragazza è stata vista per l’ultima volta dai conoscenti) di un boss della banda della Magliana, Enrico “Renatino” de Pedis, con tanto di ‘question time’ al ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. E, dopo che dalla Procura di Roma sono filtrate inizialmente accuse rivolte a chi in Vaticano sarebbe in possesso di informazioni riservate, il nuovo procuratore generale, Giuseppe Pignatone, ha emesso un comunicato nel quale ha reso noto che “ogni ulteriore iniziativa nel procedimento sulla scomparsa di Emanuela Orlandi sarà diretta e coordinata dal procuratore della Repubblica, che ha assunto la responsabilità della Direzione distrettuale antimafia”.

Sullo sfondo del giallo c’è la figura di Renatino De Pedis, il capo della Banda della Magliana. La holding del crimine attiva a Roma tra gli anni ‘70 e ‘80 era in affari inconfessabili con il Vaticano. Sembrava «fantasy», sta diventando una pista concreta: quella che può portare alla svolta.

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