Il governatore della Sicilia vuole riferire all’assemblea regionale sull’inchiesta che lo vede indagato per mafia

Raffaele Lombardo

Con una lettera inviata al Presidente dell’Assemblea, Francesco Cascio, il presidente della Regione siciliana, Raffaele Lombardo, ha chiesto la convocazione di una seduta dell’aula parlamentare per comunicazioni relative alla vicenda giudiziaria che lo riguarda e lo vede imputato per mafia e voto di scambio.

Nella lettera inviata a Cascio,il presidente Lombardo scrive che “la vicenda di carattere giudiziario, alla cronaca degli ultimi giorni, consegna all’opinione pubblica l’esigenza che il Presidente della Regione riferisca al Parlamento siciliano. Ritengo, infatti, doveroso rendere in Aula le mie comunicazioni ed, in tal senso, la invito a concordare una data per il relativo intervento”.

Secondo il giudice Barone, che confuta in questo modo le conclusioni della procura di Catania che aveva chiesto l’archiviazione delle indagini per i due Lombardo, insomma “il punto decisivo non è se la nuova strategia messa in campo dal rappresentante provinciale di Cosa nostra etnea si sia rilevata fruttuosa o meno, quanto piuttosto la circostanza che questo nuovo modus procedendi era reso possibile solo grazie al patto di scambio stipulato con i Lombardo”.

La disamina degli elementi indiziari, secondo il Gip “appaiono sufficienti, a giudizio di questo decidente, per giustificare l’esercizio dell’azione penale nei confronti degli odierni indagati per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa trattandosi di elementi dotati di sicura valenza indiziaria tale da rendere verosimile, allo stato, la trasformazone degli stessi, ad esito di una eventuale istruttoria dibattimentale, in prove pienamente idonee a fondare un giudizio di colpevolezza”.

“Gli elementi investigativi acquisiti in atti – scrive il giudice Barone – compongono un quadro indiziario di sicura gravità, per precisione e convergenza, dal quale emerge che i fratelli Lombardo hanno direttamente o indirettamente sollecitato la ‘famiglia’ catanese a ricercare voti, in loro favore o in favore del partito politico di cui Raffaele Lombardo è il leader, in occasione delle elezioni europee del 1999; di quelle amministrative provinciali del 2003; delle europee del 2004; delle regionali del 2006; delle nazionali, comunali e regionali del 2008”.

Nel provvedimento il Gip si dice certo, sulla base delle risultanze investigative, intecettazioni ambientali e dichiarazioni di collaboratori che “vi sia stato un costante appoggio da parte di Cosa nostra etnea e non solo a Raffaele Lombardo, ma anche a quei soggetti appartenenti al medesimo suo partito (Mpa) o comunque a forze politiche appartenenti alla medesima coalizione, ricevendo in cambio formale impegno da parte dei politici anzidetti sulla loro piena disponibilità, una volta eletti, a favorire, per ciò che era loro possibile grazie alle cariche pubbliche rivestite, gli esponenti dell’organizzazione mafiosa”.

Le conclusioni del Gip si basano, in particolare sulle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia Maurizio Di Gati, che ha parlato di appoggi all’Mpa sino al 2006, delle intercettazioni delle conversazioni del boss Rosario Di Dio risalenti al maggio del 2009. Secondo il gip tuttò ciò, “quanto meno sul piano indiziario” compone un quadro “oltre che omogeneo, quanto mai chiaro e preciso, dal quale emerge in tutta nitidezza l’immagine del consolidato rapporto instaurato con gli esponenti più autorevoli di Cosa nostra etnea da Raffaele e Angelo Lombardo, nella loro ascesa politica avvenuta nell’ultimo decennio”.

Secondo il Gip, addirittura, “in tutte le occasioni elettorali, alle quali partecipavano da candidati, gli odierni indagati non rinunciavano mai a ricorrere all’appoggio di Cosa nostra, offrendo, in cambio del sostegno elettorale ottenuto, l’impegno, una volta eletti, di favorire gli interessi dell’organizzazione mafiosa in tutte quelle attività economiche, che implicavano per la loro realizzazione di aggiudicazioni, permessi, concessioni o autorizzazioni pubbliche”.

Il Gip rileva come l’impegno assunto da Cosa nostra non implicava solo l’attivarsi per procacciare voti “ma anche l’esborso di ingenti somme di denaro per acquistare, in alcuni casi i voti e più in generale per finanziare la campagna elettorale”.

La ricostruzione degli appalti aggiudicati (e delle vicende giudiziarie) della Safab, ed in particolare la “messa a posto” della stessa per i lavori del canale di gronda di Lentini, in provincia di Siracusa, portano il gip ad affermare che queste hanno “valenza indiziaria di straordinara rilevanza” in quanto “rileva come Cosa nostra avesse acquisito, grazie al prestigio delle nuove cariche politiche assunte dai fratelli Lombardo (punti di riferimento dell’associazione in ragione del patto stipulato) un quid pluris in grado di poter con più efficacia controllare le imprese operanti nel territorio di competenza del sodalizio”.

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