Nel romanzo di Sergio Nelli storia di Dario, esistenza al bivio e ricerca d’amore di un professore in congedo

Mi sono imbattuto in “Orbita clandestina” (Einaudi 2011) di Sergio Nelli per puro caso, per quelle circostanze imprevedibili della vita, che a volte ci regalano grandi emozioni e importanti insegnamenti.

“Orbita Clandestina” è scritto in una prosa asciutta, vigorosa, serrata, che ricorda i romanzi francesi di Françoise Sagan o quelli italiani del primo Novecento.

La scrittura di Nelli è densa e procede con straordinaria efficacia e a tratti lascia emergere attraverso la voce dell’io narrante – che è anche il personaggio principale della vicenda – lo spazio urbano della Firenze e della Prato del nuovo millennio:

[…] Firenze è circondata da grandi cittadine di cinquanta – sessantamila abitanti, come Scandicci e Sesto Fiorentino, che sono praticamente dentro la città stessa. Anche Campi Bisenzio è un paese con una colonia cinese (All’Osmannoro) tra le più numerose d’Italia. Eppoi c’è il Galluzzo , ci sono Bagno a Ripoli, Signa, Calenzano… A venti minuti di macchina ci troviamo la terza città toscana, cioè Prato , centottantamila abitanti, ma io credo, così, da ignorante, che i censimenti non abbiano più attendibilità e non si possano più fare come si fanno, per varie ragioni. […]

Firenze e le cittadine che la circondano -e che fanno parte della città stessa- sono radicalmente mutate nella loro fisionomia per l’arrivo di immigrati cinesi. In quest’attenzione per lo spazio urbano Nelli fonde il tempo interiore del personaggio e quello della realtà storica, e attraverso rapidi ed efficaci squarci lascia affiorare sulla pagina la città con le sue vie, con i suoi quartieri che hanno mutato fisionomia. E questa nel tempo lungo della memoria del personaggio, che sa evocare ricordi senza essere nostalgico, è diversa da quella della sua gioventù:

[…] In autostrada mi sono fermato a prendere un altro caffè. Mi ha dato fastidio, costringendomi a una sosta. Lì ci sono tutti i capannoni industriali, una fila continua fino all’aeroporto di Peretola. Sono sceso mentre rare macchine sfrecciavano smuovendo le piante e l’erba sotto il guardrail. Era buio nonostante le insegne delle industrie; molto buio. Il caffè mi aveva fatto venire una pressione alle tempie e ho accennato a qualche conato di vomito. Forse il diaframma si è aperto e ho sentito beneficio. C’erano delle canne giallastre, subito dopo la discarica che poi verrà coperta e ci sarà una collinetta, verde anche quella, come le altre. Avrà strati di rifiuti ma anche i gabbiani l’abbandoneranno e ci cresceranno le piante resistenti, o gli alberi scelti da qualche gruppo delle associazioni per l’ambiente istituite dalle Province, dai Comuni, dalle Regioni. […]

In questo bel romanzo il tempo storico si mescola con quello interiore del personaggio e con la sua vicenda umana. La realtà gli appare per quella che è, cioè a tratti squallida e soprattutto senza la speranza del futuro. Il protagonista sa che la sua esistenza è giunta a un bivio e che è ormai in una fase di non ritorno. Il mondo che lo circonda, la Toscana del suo tempo, città che come tante altre italiane vive nell’età post-moderna, gli appare come un luogo in cui si ritrova a fatica.

Ed in questa realtà si muove il protagonista Dario, un insegnante in congedo, che cerca un amore a pagamento, che candidamente gli viene offerto da Gao, una squillo cinese, e che scopre improvvisamente nella senescenza della sua vita il fiore prezioso dell’amore.

Nelli nel raccontarci la storia d’amore tra il suo protagonista e Gao, lo fa con una scrittura che definirei “minima”, che si sviluppa tutta nel movimento unico dentro-fuori.

C’è un solo tempo, quello dell’interiorità, della catastrofe emotiva, della vecchiaia o della malattia inesorabile, che assorbe il tempo lungo della vita: la giovinezza, il divorzio, i figli, la maturità, insomma il passato e il presente, la malattia e la scoperta di quella rosa del deserto che è l’amore.

© Riproduzione Riservata

Commenti