Tre uomini uccisi dalle Brigate Rosse hanno pagato con la loro vita per una riforma. Ma la lite ancora continua

Elsa Fornero

Marco Biagi, Massimo D’Antona, Roberto Ruffilli. Tre riformisti, tre uomini, tre vittime. Sullo sfondo di questi cinici delitti.. l’articolo 18.

Quello Statuto dei lavoratori da riformare, da modificare sparge sangue oggi come ieri e uccide senza distinzione. Uccide i suoi “padri” e il loro impegno, uccide i suoi “figli” e le loro aspirazioni. Biagi, D’Antona, Ruffilli: tre interpreti e una missione creata, plasmata, difesa fino alla morte. Vite spezzate dalle Brigate Rosse allo scopo di far tacere tre figure che perseguivano un obiettivo per il quale erano stati chiamati. Assassinati barbaramente.

Hanno donato la loro esperienza, la loro sapienza, la loro tenacia per il nostro paese, per una migliore riorganizzazione del mercato del lavoro. Quel mercato sempre più inglobato in un sistema maledettamente mutevole in sintonia con i cambiamenti di una società e una politica affarista, arrampicatrice e mediocre. Uccisi in nome di cosa? I loro aguzzini uccidono in nome di una “giustizia proletaria”. Un’ipocrita giustizia proletaria. Subdola. I brigatisti hanno emesso tre condanne, tre sentenze di morte per quei servitori dello Stato perché al servizio di una democrazia.

Il “proletariato” vuole giustizia, ma non ammette carneficina. Marco Biagi, consulente del ministero del lavoro, perseguitato, minacciato dalle Br e abbandonato da chi per competenza doveva proteggerlo. Lui, il professore definito un pazzo, un visionario, un’opportunista. Biagi un’opportunista? Non solo. “Un rompicoglioni che pensava solo al rinnovo del contratto”. Queste le parole di un ministro, queste le parole di Scajola. Non ammettono repliche solo silenzio e vergogna.

Al via le classiche e sterili polemiche, troppo costosa per le casse statali garantire protezione al visionario giuslavorista. Scorta revocata, i bersagli ormai nel mirino brigatista erano altri, i volti del nuovo panorama politico italiano come il leghista Roberto Maroni. Invece no. La storia racconta altro.

Marco Biagi: il bersaglio umano, non è stato ascoltato. Chiedeva garanzie, tutele. Ammazzato sotto casa. Bologna, 19 Marzo 2002. Dieci anni dopo. Roma-Montecitorio, 20 Marzo 2012. Il ricordo del sacrificio del professore per sollecitare le parti sociali a raggiungere e firmare l’accordo sulla riforma del lavoro contro ogni polemica contro ogni diatriba. Il Biagi lasciato solo dieci anni fa oggi è lodato, elogiato per le doti intellettuali, per la professionalità, per lo “spirito no partisan” con cui ha degnamente assolto le sue funzioni in due governi antitetici, opposti: Prodi prima e Berlusconi dopo. Coro unanime e laudi al suo lavoro, al suo ricordo: da Giorgio Napolitano a Maurizio Sacconi, da Gianfranco Fini a Massimo D’Alema. Coro unanime, ma con una stonatura: l’ex ministro dell’interno Maroni ammette si la “concertazione, ma in sede consultiva in quanto le decisioni spettano solo al Parlamento”.

Articolo 18 da anni al centro di animosi dibattiti e risultati senza esito. Accordi che saltano e lavoratori, precari ormai disillusi da fantomatiche promesse di riforma. Ci si affida ad un governo tecnico. Non eletto democraticamente, fotografia di un’Italia in balia del dissesto economico-finanziario. Pil, Spread e debito pubblico. Casse dello Stato da risanare e tasse da elargire. Spettatori paganti i soliti noti: operai, commercianti, terzo settore, pensionati. Quegli onesti lavoratori che non evadono per non correre il rischio di un’ipoteca sulla casa, ammesso che ce l’abbiano. Siamo noi a dover fronteggiare la crisi, con buona pace del ministro Elsa Fornero e delle sue lacrime, di certo non è lei ad arrivare a fatica a fine mese.

Ennesimo conto alla rovescia.. e poi – è storia di queste ore – un altro martedì inutile, l’incontro tra governo e parti sociali ha avuto l’esito di un nuovo rinvio.. a giovedì. Ennesima attesa che si concluderà con un ennesimo nulla di fatto. Oggi, è saltata l’ intesa governo-parti sociali. La Cgil non acconsente alle modifiche sulla riforma e la Camusso è pronta a dare il via a battagliere mobilitazioni. E’ la storia infinita di quel capitolo lavoro mille volte abbozzato, scritto, modificato e mai pubblicato. Ora basta.

E’ giunto il momento di riscrivere una nuova pagina lo si deve all’onesta classe operaia che porta avanti la nazione a suon di sacrifici, lo si deve al sacrificio di quegli uomini che hanno pagato con la loro stessa vita l’interesse di ognuno di noi, l’interesse di noi italiani. “Non vorrei che foste costretti ad intitolarmi una sala come a Massimo D’Antona”, lo disse Marco Biagi, lo racconta la storia.

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